“D’Alema se non ci fosse bisognerebbe inventarlo: tutte le volte che parla guadagno un punto nei sondaggi”, così Matteo Renzi il giorno dopo il confronto sul tema del lavoro e dell’articolo 18 alla direzione del Pd.

Non proprio parole d’amore quelle del premier e segretario Pd per il suo compagno di partito: “Grande stima e rispetto per D’Alema però per piacere evitiamo di continuare con le polemiche e con le assurdità. Con Berlusconi abbiamo fatto un patto per la legge elettorale e per la riforma della Costituzione perché le riforme si scrivono tutti insieme. Poi stiamo governando noi che, con tutti i nostri limiti, siamo un partito che sta cercando di cambiare l’Italia e di fare quelle cose che in 20 anni non sono state fatte. Se quando al governo c’era D’Alema avessimo fatto la riforma del lavoro come hanno fatto in Germania o nel Regno Unito non saremmo ora a fare questa discussione”, ha spiegato ancora Renzi.

Il premier avrà avuto ancora nelle orecchie le parole di Massimo D’Alema nella direzione del partito, un discorso quello tenuto dall’ex premier d’attacco nei confronti dell’ex sindaco di Firenze tanto che diversi giornali il giorno dopo hanno scritto, “D’Alema demolisce Renzi”, anche se poi i voti per il via libera della riforma del lavoro li ha ottenuti Matteo Renzi.

“Ammetto che sono un ammiratore dell’oratoria del segretario del nostro partito, che spesso parla a chi è fuori di qui. E tuttavia…”, così ha iniziato il suo intervento D’Alema dove aveva praticamente accusato il premier di essere un piazzista, “scusate la mia prosa terra terra”, poi i consigli, “Meno slogan, meno spot, più riflessione credo sia la via per ottenere più risultati. Le parole devono essere ancorate alla realtà, non è obbligatorio sapere i fatti ma sarebbe consigliabile per governare”, sulla riforma del lavoro: “L’articolo 18 non è vecchio di 44 anni, è stato cambiato 2 anni fa”, sulla finanziaria: “Io ho molti dubbi su una finanziaria fatta di molti spot”.

Tensione alle stelle quindi nel Partito Democratico, nei giorni passati Pippo Civati aveva ipotizzato una scissione, ma il premier e segretario Matteo Renzi con il quasi 80% di consensi ottenuti in direzione può dormire sonni tranquilli.