Matteo Renzi si trova in controtendenza rispetto all’Unione Europea, ancora una volta. Dopo le polemiche degli scorsi giorni con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, sembra aprirsi un nuovo territorio di scontro, questa volta riguardante la sospensione degli accordi di Schengen in merito alla libera circolazione nei paesi dell’Unione.

Secondo alcune fonti dell’Ue, il trattato di Schengen così com’era stato inizialmente concepito potrebbe essere presto messo in discussione, già nel summit previsto per febbraio. Nell’articolo 26 del codice si precisa che i controlli alle frontiere dei paesi dell’Unione possono essere reintrodotti, nell’eventualità di una “minaccia sistemica e persistente”. Un’ipotesi che però non sembra piacere a Renzi.

Nel corso di una nuova intervista concessa ai microfoni radiofonici di Rtl 102.5, Matteo Renzi ha dichiarato: “Schengen è molto messo in dubbio e per noi è veramente triste: la libera circolazione era il grande sogno europeo. È giusto essere attenti contro il terrorismo ma non è che sospendendo l’accordo si bloccano i terroristi. Alcuni attentatori di Parigi sono cresciuti nelle nostre città. La chiusura di Schengen mette a rischio il progetto europeo”.

Riguardo al rapporto con gli altri paesi dell’Unione Europea, Renzi ha quindi aggiunto: “Se qualche paese pensa di fare due pesi e due misure mi faccio sentire: l’Italia deve farsi rispettare più di quanto fatto fino a oggi. […] L’Italia ha tante caratteristiche fondamentali che servono all’Ue e al mondo, il rispetto arriverà naturale”.

Sulle critiche fatte all’Ue, Matteo Renzi ha poi specificato inoltre: “Si è detto che il mio atteggiamento in Ue è sbagliato perché così parlano male di noi. Se smettiamo con l’atteggiamento di subalternità e cominciamo a dire che l’Italia ha energie e risorse fondamentali il rispetto arriverà naturale. Per anni si è pensato che la politica italiana dovesse andare a Bruxelles e dire sempre di sì. Io credo fortissimamente nell’ideale europeo” però “non possiamo andare sempre come italiani col cappello in mano, l’Italia non deve essere considerata l’ultima ruota del carro, come il paese cui spiegare cosa dover fare. È finito il tempo in cui la politica italiana andava a Bruxelles a dire sempre sì”.