Mettiamola così: Renzi non può permettersi di perdere Roma ma il centrodestra ha già perso se stesso. Nel primo caso cambierebbe molto anche su scala nazionale: la minoranza dem, che in queste ore deve decidere se sostenere con lealtà Roberto Giachetti o frantumarsi in una diaspora senza nome, avrebbe ancora più facilità d’indicare nelle strategie di allargamento al centro dell’ex sindaco il suo tallone d’Achille. Quel tallone ha un nome e un cognome: Denis Verdini. Non che il governo possa finire in crisi sul Senatore condannato ieri in primo grado, e probabilmente a breve prescritto, per la storiaccia della Scuola dei Marescialli nel capoluogo fiorentino. Ma certo una sonora sconfitta alle amministrative renderebbe più complesso perfino accettare la stampella di quel pacchetto di voti a palazzo Madama, magari in occasione di qualche altra fiducia.

Per questo la tribolata corsa di Giachetti si carica di una duplice valenza: da una parte trionfare in una sfida affollatissima nella quale, come si sente in questi giorni per le strade della Capitale, rischiano di esserci più candidati che elettori. In ogni caso, i sondaggi indicano come traccia evidente il testa a testa fra l’ex radicale e la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi. Ma da Alfio Marchini a Giorgia Meloni – entrata di botto nella corsa e già accreditata di un 19% contro il 20-22% dei primi due – fino a Stefano Fassina e al probabile Ignazio Marino, il voto dei romani rischia di polverizzarsi. Il ballottaggio appare comunque matematico.

Dall’altra parte la vittoria di Giachetti, ma anche di Beppe Sala a Milano e Valeria Valente a Napoli, fornirebbe un formidabile scudo al presidente del Consiglio per traghettarsi senza troppi problemi verso il referendum costituzionale del prossimo autunno. Quello sarebbe il fronte sul quale giocarsi tutto e rispetto agli esiti del quale decidere le mosse successive: ritiro dalla vita politica, come ha spesso detto senza che in molti abbiano abboccato, o dimissioni con rilancio verso le elezioni in caso di sconfitta. Ma magari anche in caso di vittoria, per cogliere il clima e chiudere una volta per tutti i conti con la diatriba a largo del Nazareno. In tutto questo c’è anche da capire se non siano le cronache giornalistiche ad assegnare a bersaniani & co. un peso che, in fondo, su scala locale potrebbe risultare meno evidente che su una tornata nazionale.

Il centrodestra, nel frattempo, ha cessato di essere in vita. Così era già da tempo ma certo, alla luce della chirurgica opera di smantellamento portata avanti da Matteo Salvini non solo a Roma ma in moltissime piazze al voto, lo scatto della triplice intesa novembrina a Bologna fra il leader del Carroccio, quella di Fratelli d’Italia e l’ex cavaliere Berlusconi fa davvero impressione. Il corpo macilento della vecchia coalizione non ha passato le rigidità dell’inverno. O meglio, ne è uscita in salsa Front National: la trazione della Lega, sostenuta dall’estrema destra di Meloni, questo è. Una versione, parecchio riveduta e scorretta, del lepenismo francese in salsa italiota. Né più, né meno. In mezzo c’è rimasto poco. Per il momento, giusto Guido Bertolaso che forse, tanto per tornare ad argomenti famigliari da lui scomodati per la candidata di FdI, avrebbe preferito dedicarsi alla nipotina piuttosto che interpretare il ruolo dell’agnello sacrificale in uno scontro ormai senza ombra di soluzione, nonostante gli appelli alle primarie di Francesco Storace.

Bologna, Napoli, Torino. Ma anche Latina, Salerno, Benevento, Novara. Lo schema è chiaro, lo riporta oggi Repubblica: “Rompiamo ovunque tranne dove possiamo vincere”. Facendo salve alcune città come Milano a Trieste passando per Cagliari. Ma al di là dei risultati, questa tornata di amministrative serve a Salvini per schiacciare ciò che rimane del padre padrone di Arcore, la sua residua influenza politica, dando vita alla Lega nazionale che sogna da tempo. Il capo di via Bellerio vuole concludere il salto generazionale, spostando l’asse su territori in cui il Partito della Nazione di Renzi non può mietere consensi e sotterrare una volta per tutte i diamanti dell’ex tesoriere e le lauree albanesi del Trota. Saranno le urne, come sempre, a stabilire se i movimenti delle truppe sul terreno abbiano avuto un senso o abbiano solo fantasticato con le intenzioni dei cittadini. Come sempre biasimandole.