Da alcuni giorni si sta parlando del ricercatore di probabile nazionalità italiana che avrebbe contratto il virus dell’Hiv all’interno di un laboratorio americano in cui avrebbe lavorato. Si tratterebbe di una storia di tre anni fa, resa nota solo oggi, è da prendere con le giuste precauzioni perché gli interrogativi aperti sarebbero ancora molti.

Il ricercatore avrebbe scoperto di aver contratto il virus dell’Hiv donando il sangue al San Gerardo di Monza. Da qui le indagini che avrebbero poi condotto a scoprire che il ceppo del virus sarebbe stato lo stesso che i ricercatori utilizzano in laboratorio nel corso dei propri studi, ossia un virus dell’Hiv manipolato e trasformato in vettore in grado di trasportare nelle cellule geni o proteine che possano poi sostituire quelli che provocano le malattie genetiche. Insomma, non il comune virus dell’Hiv che si può contrarre in altri modi.

E qui il mistero di infittirebbe perché i protocolli di sicurezza che regolano le ricerche in laboratorio dovrebbero praticamente rendere impossibile il rischio di un contagio. Il virus potrebbe dunque essersi diffuso per via aerea, attraverso le mucose, perché fuso con altro tipo di virus? Ma anche qui si aprono nuovi interrogativi sul ricercatore che ha contratto l’Hiv in laboratorio perché i virus lì impiegati dovrebbero essere disattivati. È forse stato erroneamente utilizzato un virus che non lo era?

Insomma, i punti che non quadrano attorno a questa vicenda sono davvero molti ma sta di fatto che da quando la notizia – vera, presunta- incompleta o ancora da chiarire – è stata resa nota, i laboratori scientifici di mezzo mondo sono in allarme e gli studiosi temono per i rischi che potrebbero correre sulla propria salute.

Se questa storia dovesse trovare delle conferme, diventerebbe il primo caso al mondo di infezione da Hiv avvenuta in laboratorio ai danni di un ricercatore che stava compiendo degli studi in merito.