La riforma del lavoro targata Matteo Renzi avrà vita difficile. Oltre alle previste resistenze da parte dei sindacati, il presidente del Consiglio dovrà guardarsi dagli attacchi provenienti da buona parte del proprio partito. Non è un mistero e nemmeno una novità la dipendenza di larghe fasce del Partito democratico dalla triade sindacale.

E ora lo scontro interno diventa ancora più duro. Infatti la commissione Lavoro del Senato ha approvato la delega al Governo per quello che viene chiamato con un inglesismo Jobs Act; la riforma del lavoro, appunto. Approvato anche l’emendamento che introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, basate sull’anzianità di servizio.

Nonostante i senatori del Pd abbiano votato compatti in commissione a favore del provvedimento, le manovre per sabotarlo in aula sono in pieno fermento. La chiave è l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, quello che prescrive il reintegro del posto per chi viene licenziato senza giusta causa (nelle aziende oltre i 15 dipendenti). Un vero e proprio “totem” per i sindacati, come lo definì Renzi.

La riforma infatti renderebbe inutile questo articolo. Così i sindacati si troverebbero senza emblema religioso sul quale giustificare tutte le loro resistenze. Si accodano al carro sindacale gli avversari di Renzi nel Pd. Torna a farsi sentire anche Pier Luigi Bersani, che ha dichiarato alla stampa: “Leggo oggi sui giornali come attribuite al Governo delle intenzioni ai miei occhi surreali. In alcuni casi si descrive un’Italia come vista da Marte“. Dello stesso tono, anche se meno aulico, Gianni Cuperlo, sconfitto da Renzi nella corsa alla segreteria: “Se gli innovatori sono la destra che pensa di uscire dalla crisi riducendo i diritti e la dignità di chi lavora, io penso sia giusto stare dall’altra parte“.

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