Matteo Renzi sfrutta un assist di Silvio Berlusconi, dribbla Beppe Grillo e l’opposizione interna e sembra andare in porta nella partita sulla riforma del Senato. Nella serata del 20 giugno il Partito democratico di vertice, cioè quello formalmente renziano, ha confermato l’accordo con Forza Italia, a cui si aggiunge ora la Lega Nord, sull’ennesima versione di ciò che dovrà essere il nuovo organismo di Palazzo Madama. Secondo gli ultimi emendamenti presentati da questa strana “triplice alleanza”, il futuro Senato dovrà essere composto da 100 membri: 95 scelti dai consigli regionali e 5 dal presidente della Repubblica. I nuovi senatori avranno il solo stipendio da consigliere regionale (abbassato al livello dei sindaci delle città principali), non voteranno sulla fiducia al Governo e per la maggior parte delle leggi.

C’è una novità: sembrerebbe introdotto negli ultimi emendamenti il ritorno all’immunità parlamentare per i senatori, in cui si escluderebbe l’arresto e s’imporrebbe l’autorizzazione preventiva alle intercettazioni. Meno fonte di polemica, ma infinitamente più importante per il destino del Paese, è il ritorno allo Stato, strappandole alle regioni, delle competenze su infrastrutture, energia, commercio con l’estero e turismo. In questo modo si rimedierebbe ad una delle azioni più scellerate e dannose compiute dall’ignobile riforma costituzionale del 2001, compiuta da centrosinistra e Lega e confermata da un referendum a cui partecipò solo il 7% degli elettori.

Che queste ultime modifiche poi vengano effettivamente approvate è tutto da dimostrare. Renzi ha bisogno dei voti di Forza Italia, perché deve compensare il quasi certo voto contrario dei 14 senatori dissidenti del Pd, che questa riforma non vogliono. E il presidente del Consiglio non intende cadere nel trappolone di Grillo con quella strana offerta recente di collaborazione per le riforme. L’incontro previsto tra le delegazioni di Pd e Movimento 5 stelle per mercoledì 25 al momento non appare destinato a produrre decisioni significative. Renzi lo ha fatto dire chiaramente al ministro per le riforme Maria Elena Boschi, che in conferenza stampa ha commentato: “Non si cambia partner all’ultimo momento“. Poiché la Boschi quando apre bocca parla solo con la voce di Renzi (come molte altre delle “giovani guerriere” del Pd), è probabile che i giochi siano fatti. A meno che il premier non cambi idea se la situazione tattica gli offrisse un vantaggio. Cosa da non escludere.