Niente è veramente definitivo in politica. L’ennesima conferma arriva da quanto è accaduto, o meglio da quanto non è accaduto, nella serata del 9 luglio. Secondo le previsioni, la commissione Affari costituzionali del Senato avrebbe dovuto votare sul testo definitivo della riforma dell’organo di Palazzo Madama. Ma una concreta minaccia di ostruzionismo da parte di Movimento 5 stelle e Sel ha convinto il ministro per le riforme Maria Elena Boschi e i relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli a rinviare alla mattinata del 10 luglio gli ultimi voti. In particolare quello sul punto più critico di tutto il progetto: cioè l’articolo che stabilisce per i nuovi senatori l’elezione indiretta (cioè la scelta da parte dei consigli regionali, non dei cittadini) e la composizione a 100 membri (5 dei quali scelti dal presidente della Repubblica). In teoria l’aula del Senato dovrebbe riunirsi alle 16.30 per cominciare la discussione sull’intero testo. Sempre in teoria, il voto sui singoli articoli dovrebbe cominciare il 16 luglio e concludersi entro una settimana.

La maggioranza che attualmente sosterrebbe questa riforma è composta da parte del Partito democratico e parte di Forza Italia, secondo l’ormai famoso “Patto del Nazzareno” siglato tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ma all’interno dei due partiti le voci discordi cominciano ad essere parecchie. E fanno sempre più rumore. Attualmente si stima che circa 60 senatori fra i due schieramenti siano pronti a votare contro il provvedimento. A questi si aggiungono Movimento 5 stelle, Sel e i partiti minori della maggioranza di Governo. Non sarà tutto rose e fiori, tutt’altro.