E’ una giornata di straordinaria importanza per il paese; il processo di riforme strutturali avviato sta producendo tappe con un ritmo giusto. Dopo anni di ralenti andiamo a velocità normale” – Matteo Renzi mostra entusiasmo forse eccessivo per qualcosa che potrebbe anche non produrre gli effetti sperati. Dopo una lunga giornata di trattative, la maggioranza allargata che sostiene il progetto di riforma del Senato è tornata a sembrare compatta. Altri ritocchi al testo da parte dei relatori ne hanno permesso, nel pomeriggio inoltrato del 10 luglio, l’approvazione definitiva da parte della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

L’ultima modifica al disegno di legge riguarda il metodo di elezione dei prossimi senatori. Verranno sempre scelti dai consigli regionali, non più dai cittadini; inoltre i membri del nuovo Senato saranno scelti su base proporzionale. Questo ha tranquillizzato i partiti minori. Quindi attualmente il testo della riforma vede l’appoggio di tutta la maggioranza che sostiene il Governo, più Forza Italia e Lega Nord. Apparentemente sembra rientrata la fronda di buona parte dei senatori berlusconiani. Secondo il portavoce di FI Paolo Romani, molti fra loro si atterranno alle decisioni della maggioranza. Per ora. Senza contare i ribelli del Partito democratico, i quali certamente non si daranno per vinti. Ora tocca all’aula. Il Senato comincerà il dibattito su questo disegno di legge lunedì 14 luglio alle 11. Fino a martedì 15 alle 13 i senatori avranno tempo per depositari eventuali emendamenti. Il ministro Maria Elena Boschi spera che si possa arrivare all’approvazione prima delle vacanze estive.

Tuttavia non vanno dimenticate le complicazioni sulle procedure, perché questo disegno di legge modifica la Costituzione. Riassumiamole: la nostra Carta fondamentale (agli articoli 138 e 71) prescrive in questi casi che ogni Camera voti in due passaggi, tra i quali deve esserci un intervallo di almeno tre mesi. Inoltre la prima votazione impone una maggioranza di due terzi; nella seconda è invece sufficiente la maggioranza semplice (50% più un voto). Ma non finisce qui. Se nella seconda votazione il testo viene approvato a maggioranza semplice, è possibile chiedere un referendum confermativo, da parte di un quinto dei membri di una Camera, cinque consigli regionali oppure cinquecentomila elettori. Per la richiesta ci sono tre mesi di tempo. Se invece la seconda votazione vede una maggioranza di due terzi, non è previsto il referendum. I tempi sono quindi ancora molto lunghi.