Una regia degna dell’Oscar. Lo spettacolino andato in scena il 7 luglio tra Partito democratico e Movimento 5 stelle ha visto il dramma iniziale e il “lieto fine”. Ma sempre di sceneggiatura (o di sceneggiata) si tratta. E’ talmente spesso il fumo dietro le manovre di questi due partiti intorno alle riforme istituzionali che perfino il presidente della Repubblica ha sentito la necessità di mandare un piccolo segnale. Giorgio Napolitano ha infatti diffuso una nota ricordando che il confronto sulle riforme “non può scivolare, come troppe volte è già accaduto, nell’inconcludenza“.

Ma per il momento dobbiamo accontentarci delle messe in scena. Il fatto che queste vengano diffuse dalla rete invece che dalla televisione o dai giornali, non le rende meno ridicole. Pd e M5S avrebbero dovuto incontrarsi ieri, invece non è accaduto, i renziani hanno detto no. Di conseguenza Beppe Grillo, che non aspettava altro, ha fatto fuoco e fiamme sul proprio blog contro il presidente del Consiglio, definendo il suo Governo “una dittatura da sbruffoni“. Matteo Renzi, da parte sua, ha risposto su Twitter: “Poche chiacchiere“; anzi, #pochechiacchiere, come se usare un hashtag cambiasse la natura della politica.

In serata Grillo ha compiuto l’ennesima giravolta e ha deciso di confondere ancora di più le acque dicendo parzialmente sì alle richieste del Pd sulla nuova forma del Senato e della legge elettorale. Tali richieste erano state formulate in dieci punti. Grillo sul blog ha messo un sì su queste proposte. Ma in modo molto democristiano. Per esempio, sul punto cruciale, definito dal Pd con questi termini: “Siete disponibili a superare il bicameralismo perfetto impostando il Senato come assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio?“; il comico genovese ha risposto: “Sì. Non siamo pregiudizialmente contrari, a condizione che l’esistenza di tale assemblea abbia ancora una precisa funzione nel disegno istituzionale“. Che vuol dire tutto e niente. Quindi nulla si è realmente mosso.