Si è svolto a Roma nella giornata di ieri il consueto Gay Pride della capitale, che secondo gli organizzatori della manifestazione avrebbe portato circa 700mila persone a sfilare per le strade per manifestare il proprio orgoglio omosessuale (le stime numeriche vengono definite da più fonti come “ottimistiche”).

Il motto di quest’anno era “Chi non si accontenta lotta”, un evidente richiamo alla legge sulle unioni civili, approvata dopo lunghe battaglie ma certamente in una forma poco soddisfacente per gli attivisti del movimento LGBT.

Tra le richieste avanzata nell’ambito del Gay Pride di Roma c’è anche un esplicito invito al premier: “Renzi sposi la prima coppia gay in Italia”, rivendicato come un evento simbolico di grande importanza per il riconoscimento delle coppie omosessuali.

Madrina della parata di quest’anno è stata l’attrice e regista cinematografica Asia Argento, che si è detta onorata di essere stata scelta per questo ruolo: “Per me questa parata ha il significato spirituale della lotta per la libertà di amare. Non è una cosa politica, né religiosa: è un diritto della natura che esiste da sempre, la libertà di amarsi, uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne.”

Tra danze e parate di carri allegorici, sulle note dell’inno ufficiale del Gay Pride – la canzone Simili di Laura Pausini – non sono mancati alcuni inevitabili momenti di tensione.

In primis lo scontro tra Vladimir Luxuria, che ha duramente criticato e ha cercato di fermare una manifestante che sfilava con una croce di cartone attaccata alla schiena a rappresentare una crocifissioni. Inutile offendere la sensibilità religiosa delle persone, ha affermato la politica: “Per ottenere rispetto dobbiamo nutrirlo”.

A far discutere è stata anche la presenza di uno striscione che invitava al boicottaggio di Israele, su un carro che è stato identificato come appartenente a un gruppo vicino ai centri sociali. “Boicottiamo il turismo in Israele. Rifiutiamo colonialismo e apartheid”, questo il messaggio che si poteva leggere sul cartellone, che potrebbe causare un caso diplomatico ben poco utili agli organizzatori dell'evento.