Prepariamoci perché abbiamo di fronte una delle peggiori campagne elettorali degli ultimi trent’anni. Se i presupposti sono quelli a cui abbiamo dovuto assistere sconfortati nelle ultime due settimane c’è da scommettere su un mese (nella migliore delle ipotesi) o addirittura un stillicidio di 90 giorni (nella peggiore, che si voti cioè intorno al 12 giugno) specialmente nelle tre grandi città in ballo: Roma, Milano e Napoli. Da Nord a Sud, quel che resta dei partiti ha offerto già in questi giorni a una scivolosa serie di miserevoli spettacoli, dalle cosiddette primarie del Pd – incartato in un inestricabile movimento centrifugo – alle umilianti pantomime di quel che resta di Forza Italia con necrotico svolazzo di Matteo Salvini. Figuriamoci cosa potrà esplodere al crescere della tensione.

Il vero calcio d’inizio è stato però sferrato fra ieri e oggi. Cavalcando una materia di cui i politici e i cittadini italiani sono massimi esperti: il sessismo. Da una parte la reazione stizzita di Guido Bertolaso, imposto da Berlusconi come ultimo baluardo prima dell’estinzione, alla disponibilità di Giorgia Meloni a correre da candidata: “La Meloni deve fare la mamma, non vedo perché qualcuno deve costringerla a una campagna elettorale”. Dall’altra il ritiro della candidata pentastellata a Milano, Patrizia Bedori, che non ce l’ha fatta a reggere la pressione “pazzesca” di questi mesi. Condita anche, specialmente dal sempre raffinato pubblico dei social network, del peggior armamentario di denigrazione di genere: “Brutta grassa e obesa”, “Fuori a calci nel culo” più una serie di altre allusioni alla dimensione di vita di Bedori con accezioni negative: “Avete usato volutamente termini come casalinga e disoccupata per offendermi, volevo dirvi che per me non sono offese” ha scritto in un post su Facebook l’ormai ex candidata.

Insomma siamo partiti col piede giusto. Proprio quel piede che i cittadini delle tre principali città italiane, piene di problemi di vita quotidiana, speravano fosse stato amputato. Quello dell’insulto volgare, della discriminazione, degli spietati giochi di potere, delle chiacchiere infinite – prima degli attacchi alle donne candidate di oggi – fra minoranze delle minoranze, pseudocoalizioni e banchetti fantasma. Lasciatemi per esempio dire che le cifre circolate in questi giorni riguardo l’affluenza sia alle primarie del Pd che, ancora di più vista l’assenza di uno straccio di registrazione, alle “gazebarie” pro Bertolaso hanno superato in imbarazzo anche le ultime elezioni bielorusse, vinte lo scorso ottobre da Lukashenko per la quinta volta di fila con l’83,4% dei consensi. Qualcuno ha detto, nel primo caso, che bisognerebbe chiedere scusa e, nel secondo, smetterla con i numeri a vanvera. Hanno ragione da vendere in saldo.

Io non voglio polemizzare – ha risposto la leader di Fratelli d’Italia all’ex capo della Protezione civile – dico solamente con garbo e orgoglio a Guido Bertolaso che sarò mamma comunque e spero di essere un’ottima mamma, come lo sono tutte quelle donne che tra mille difficoltà e spesso in condizioni molto più difficili della mia riescono a conciliare impegni professionali e maternità. Lo dico soprattutto per rispetto loro”. Non ci sarebbe quasi da aggiungere altro. Chi non ha voluto aggiungere neanche una riga di sostegno nei confronti della Bedori è stato invece lo stato maggiore del Movimento 5 Stelle che in questi mesi pareva non avesse una candidata per la corsa meneghina, tanto è mancato l’appoggio che conta. Forse davvero perché la candidata che la tanto sbandierata democrazia dal basso aveva eletto con ben 74 voti non aveva il physique du rôle per esempio della bocconiana Chiara Appendino a Torino e dell’avvocata Virginia Raggi a Roma? D’altronde il silenzio è assenso delle peggiori congetture e sarebbe bello sentire qualche parola anche dalle altre due giovani e rampanti pentastellate.

Cosa ci resta in mano da questo indecoroso esordio di percorso elettorale? Un pugno di mosche mentre schiviamo l’ennesima buca-killer o leggiamo, nonostante le inchieste che hanno falciato le amministrazioni di mezza Italia, del nuovo appalto truccato al comune mentre paghiamo tasse fuori da ogni proporzionalità. Il problema è che all’elettore, per prendere posizione quando la scelta è sempre e comunque, come si dice, fra il “meno peggio” nonché frutto di tali, nauseabondi presupposti, non rimane che l’astensione. Una tecnica che ha il pregio di una chiara e immediata leggibilità, nel senso che sferra un bel cazzotto in faccia a chi di politica ci vive, ma costituisce una bruciante sconfitta per l’intero sistema democratico, dunque per i medesimi cittadini che scelgono di non esprimere alcuna preferenza. Lasciando per giunta in mano ai soliti noti – anzi, ai soliti ignobili a livello locale – la movimentazione di pacchetti di voti che comunque frutteranno loro una qualche poltrona, dal municipio al massimo scranno cittadino. Tanto da non sapere esattamente cosa augurarsi per queste nostre grandi città, spolpate fino all’osso e ferite nell’anima: se una sana partecipazione, come sarebbe giusto che avvenisse in ogni Paese che dimostri di sapersi riformare, o l’ennesimo ceffone fatto di rabbia e delusione.