Sarebbe giusto che Virginia Raggi e Chiara Appendino costruissero due sindacature condivise, evitando fin dalle prime parole e dalle prime decisioni di ferire persone, culture, storie e sensibilità. Il loro, specialmente quello nella Capitale, deve essere un percorso di guarigione.

Più che vittorie, quelle di ieri sono infatti investiture la cui legittimità andrà guadagnata giorno dopo giorno, cicatrice dopo cicatrice, decisione dopo decisione. Questo raccontano i ballottaggi delle comunali, che hanno visto Roma e Torino disegnare un punto di svolta nella politica italiana. Il Pd sapeva che sarebbe finita così, con una sconfitta umiliante – per quanto diversificata sul territorio nei comuni più piccoli, basti pensare a Varese – per stessa ammissione di largo del Nazareno: dato per perso il Campidoglio, i dem hanno smarrito dopo 23 anni una roccaforte di centrosinistra. Aggiungendo così al fronte impazzito di Roma quello di Torino, dal sapore nazionale, politico, vittima della sovrapposizione fra amministrative e referendum costituzionale.

Al netto degli altri 121 comuni al secondo turno, erano le cinque grandi città a dover segnare il clima. E il clima suggerisce – suggerisce in due città fondamentali, a sancirlo dovranno essere le elezioni politiche – che il bipolarismo ha mutato forma. Ma a ben vedere rimane una scomponibile corsa a due in quelle rare situazioni in cui il centrodestra riesce a rimpacchettarsi dietro a un nome credibile (Milano, dove Beppe Sala ha vinto con tre punti di scarto) mentre lascia spazio al Movimento 5 Stelle quando quel medesimo fronte si smonta e lo scenario si scioglie (c’è da aggiungere anche Carbonia). A quel punto non solo il centrodestra si sposta in massa seguendo la logica antirenziana – dunque non più locale – ma perfino l’elettorato di centrosinistra si toglie il guinzaglio del “voto utile” o del “male minore” infilando i candidati del movimento fra le opzioni percorribili. E a quanto pare, in certi casi limitati ma dirompenti, preferibili.

Sarebbe dunque salvifico che Raggi e Appendino avviassero la seconda fase del Movimento 5 Stelle, ormai privo del fondatore Gianroberto Casaleggio e con un Beppe Grillo sempre più defilato. Come è giusto che sia. Ripulendolo per esempio dal suo disgustoso sapore settario, ignorando gli esaltati e gli improvvisatori e coinvolgendo chi è lontanissimo da loro per ricostruire insieme i nervi e il cuore di due città che hanno dato loro una fiducia viscerale. La fiducia dell’ultimo giro di giostra, specialmente nel caso della Capitale.

Inizierà ora il tira e molla sul “peso politico” dell’esito in quelle due città e altrove. Evidentemente significativo, perché ogni voto locale ha un ingrediente nazionale. Questo muta tuttavia in funzione della storia di quel territorio, della qualità della vita, dei progetti sul tavolo, delle rivendicazioni locali. I cittadini non vivono sulla Luna, è vero, ma neanche a palazzo Chigi. Può essere dirimente, come a Torino, o ininfluente, come a Roma, dove sarebbe finita più o meno con la stessa musica a prescindere dal montante sentimento antirenziano. A Bologna e Milano Pd e alleati reggono e vincono battaglie complicatissime, è vero. Anche se non sempre con candidati “renziani”. Ma a Napoli il PdR è all’anno zero. Poco meno a Roma. Uno shock nel capoluogo piemontese.

Le investiture di Roma e Torino rappresentano per il Movimento 5 Stelle un credito politico fortissimo. Oltre Parma, Livorno e una manciata di altri centri conquistati negli anni passati, dalle due giovani sindache passano infatti, oltre alle rabbiose aspettative di qualche milione di cittadini italiani, l’opportunità che quel credito allunghi il suo senso e si allarghi in futuro alle istituzioni nazionali. Ma devono farsi accompagnare da tutti i cittadini, nessuno escluso. Devono cacciare gli appassionati di scie chimiche, i complottisti assortiti, i toni fuori dal mondo e i cultori degli scontrini. Il gioco, adesso, si fa serio: dalla sgangherata startup inizia la fase della scale up. Quella in cui il tasso di mortalità è più elevato.