Siamo di colpo tornati ai tempi di Breznev. Una politica estera a dir poco aggressiva si contrappone ad una palesemente incerta: la Russia mostra i muscoli, gli Stati Uniti si lamentano. Vladimir Putin non perde occasione per accentuare la propria forza, Barack Obama insegue affannosamente.

L’ostaggio del momento è la Crimea. Prima erano le olimpiadi invernali di Sochi, prima ancora la Siria, in precedenza lo scandalo datagate. Fra poco sarà il G8, sempre a Sochi. Nella serata del 4 marzo Obama ha fatto nuovamente quello che gli riesce meglio, parlare in televisione: “Putin non prende in giro nessuno con le sue dichiarazioni“.

Il presidente degli Stati Uniti si riferisce a ciò che il suo omologo del Cremlino ha appena affermato relativamente all’invasione della Crimea da parte di militari russi (foto by InfoPhoto: una nave da guerra russa nel Mar Nero). Queste le parole di Putin: “Sono milizie di autodifesa. Non c’è necessità d’inviare truppe russe in Ucraina, anche se la possibilità rimane. Ma la Russia non vuole annettersi la Crimea“.

La Russia ha scelto proprio il 4 marzo per effettuare un test missilistico, lanciando un ordigno balistico intercontinentale dalla base nella regione di Astrakhan (Russia meridionale), diretto verso un bersaglio in Kazakhstan (Asia centrale). Si tratta di un missile RS-12M Topol, vettore in grado di ospitare una testata nucleare. Il test era previsto da tempo e gli Stati Uniti ne erano informati. Una coincidenza, questi test non s’improvvisano in un giorno; tuttavia aggiunge tensione alla vicenda.

Il prossimo ostaggio nella rinnovata guerra fredda tra Mosca e Washington sembra essere il G8 in programma a Sochi per il 4 e 5 giugno. Gli Stati Uniti hanno minacciato di non partecipare. Putin non si è scomposto: “Noi siamo pronti a tenere il G8. Se i nostri partner non vogliono venire, non vengano“.