Oggi, 13 giugno, si celebra Sant’Antonio da Padova, al secolo Fernando Martins de Bulhões (Lisbona, 15 agosto 1195 – Padova, 13 giugno 1231), religioso portoghese canonizzato dalla Chiesa cattolica e proclamato nel 1946 dottore della Chiesa.

Dell’infanzia di Antonio si hanno poche notizie certe: il nome di battesimo Fernando, la città natale Lisbona e l’origine benestante e aristocratica. A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo, appartenente all’Ordine dei Canonici regolari di Sant’Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all’ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, a 24 anni. Insofferente ai maneggi politici tra i canonici regolari agostiniani e re Alfonso II, decide di lasciare l’ordine: in cuor suo anela ad una vita più severa e il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi. Ottenuti i permessi, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell’abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, decide quindi di partire missionario in Marocco; colpito però da febbri malariche durante il viaggio è costretto a tornare in patria per curarsi. Sbarcato a Messina, in Sicilia, è soccorso dai francescani della città, che in due mesi lo guariscono. Il ministro provinciale dell’ordine per l’Italia settentrionale gli propone quindi di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell’eremo. Per un anno e mezzo vive dunque in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché Francesco d’Assisi in persona non gli assegna il ruolo di predicatore e insegnante. Comincia allora la predicazione in Romagna e nell’Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l’eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225, ponendo le basi della scuola teologica francescana. Alla morte di Francesco è nominato provinciale dell’Italia settentrionale e fissa la propria residenza a Padova. Su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima; si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia poi senza risparmiarsi. E’ stanco, soffre d’asma ed è gonfio per l’idropisia. Torna quindi a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. A mezzogiorno del 13 giugno, un venerdì, Antonio, di soli 36 anni, si sente mancare. Si racconta che, morente, ebbe la visione del Signore e che nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.

Non appena il corpo giunge al convento di Santa Maria Mater Domini iniziano a manifestarsi numerosi miracoli, ma anche in vita Antonio aveva operato esorcismi, profezie e guarigioni, compreso il riattaccare una gamba recisa, e i capelli che il marito geloso le aveva strappato ad una donna, rese inoltre innocui cibi avvelenati, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all’Ostia e fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio

Fin dal giorno dei funerali, la tomba di Antonio divenne meta di pellegrinaggi: devoti di ogni condizione accorrevano per toccare il sarcofago e chiedere miracoli, grazie e guarigioni. Tali furono gli eventi miracolosi che il vescovo e il podestà decisero di sottoporli al giudizio del Papa. Gregorio IX, che conosceva Antonio, presto nominò una commissione per raccogliere le testimonianze e le prove documentarie utili al processo di canonizzazione. Si racconta che la commissione fu sommersa a Padova «da una gran folla, accorsa per deporre con le prove della verità, di essere stata liberata da svariate sciagure grazie ai meriti gloriosi del beato Antonio». Il Vescovo ascoltò quindi «le deposizioni confermate con giuramento», mise per iscritto i «miracoli» approvati e promosse le indagini necessarie. Completato l’esame diocesano, inviò al Papa una seconda delegazione. A Roma l’istruttoria fu assegnata al cardinale Giovanni d’Abbeville, che in pochi mesi esaurì il compito assegnatogli. Fu quindi Gregorio IX a metter fine ad ogni ritrosia, fissando al 30 maggio, festa di Pentecoste, la cerimonia ufficiale di canonizzazione. Nella Cattedrale di Spoleto, Gregorio IX ascoltò la lettura dei 53 miracoli approvati e proclamò solennemente e ufficialmente Santo frate Antonio, fissandone la festa liturgica nel giorno di anniversario della sua nascita in cielo, il 13 giugno.

Per l’enorme afflusso di pellegrini si iniziò dunque la costruzione di una chiesa più capiente, terminata nel 1240. Quando poi, nel 1263 il Ministro Generale dei francescani, Bonaventura da Bagnoregio, fece traslare la salma di Antonio di Padova nella nuova basilica, durante l’ispezione dei resti mortali sarebbe stata rinvenuta la lingua intatta e rosea come fosse viva. Ritrovamento ancora oggi ricordato ogni anno dai frati Antoniani in Padova.

Gli eventi prodigiosi a lui legati furono di tale intensità e natura che facilitarono la sua rapida canonizzazione, facendone il Santo canonizzato più rapidamente nella storia della Chiesa, e il santo più venerato al mondo. I suoi miracoli hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello e ancora oggi sono milioni le persone che annualmente visitano la sua tomba nella Basilica di Padova. Non vi è, inoltre, chiesa al mondo che non abbia un altare, un dipinto, una statua, un affresco o una nicchia a lui dedicati e numerose associazioni nel mondo sono nate e operano nel nome di Sant’Antonio, portando la sua presenza soprattutto caritativa.

Oltre che nella preghiera personale, la devozione a sant’Antonio si è manifestata attraverso i secoli in alcune espressioni particolari che durano tuttora: la mano sulla Tomba è il gesto più caratteristico che i pellegrini compiono nella Basilica antoniana, oltre ad esprimere il bisogno di un contatto concreto con il Santo, esso è un gesto di fiducia e di affidamento, accompagnato dalla preghiera silenziosa del cuore; la Tredicina, che costituisce il periodo (tredici giorni) di preparazione alla festa che ha luogo ogni anno il 13 giugno, ma con lo stesso termine si intende anche una preghiera articolata in tredici punti, che ripercorre a gli aspetti più significativi della vita e della santità di Antonio; il Transito è poi la suggestiva cerimonia che rievoca gli ultimi momenti di vita terrena di sant’Antonio: avvertendo prossima la morte, egli s’era fatto portare su un carro trainato da buoi da Camposampiero a Padova, dove desiderava morire. Giunto all’Arcella fu però costretto a fermarsi e lì spirò serenamente, confortato dalla visione di Gesù; il “Si quaeris”è invece la più nota preghiera in onore di sant’Antonio; infine, l’affidamento dei bambini costituisce la radicata pratica di porre i piccoli, fin dalla nascita, sotto la protezione del Santo, tanta fu la predilezione mostrata in vita da Antonio. All’usanza fa quindi seguito quella di far indossare ai bimbi l’abitino francescano per ringraziare il Santo della protezione ricevuta e farla conoscere agli altri. In alcune chiese francescane o particolarmente legate a sant’Antonio, il giorno della sua festa si è invece soliti benedire dei piccoli pani, che poi vengono distribuiti ai fedeli e consumati per devozione. Moltissimi devoti usano infine scrivere a sant’Antonio una preghiera, una supplica o un messaggio. In fondo alla Basilica si trova perfino trova una speciale cartolina da compilare per affidare a sant’Antonio quanto sta più a cuore. Una volta scritta, la si lascia sotto la Tomba del Santo, largamente riconosciuto come l’interlocutore dei poveri, che dialoga con chiunque abbia da condividere qualche sofferenza nel corpo o nello spirito. I devoti gli chiedono luce per la propria esistenza. Gli domandano di aiutare chi è smarrito, di consolare chi soffre, di soccorrere chi è povero o dimenticato e lo riconoscono e lo amano con il giglio (la purezza e la trasparenza di vita), con il Gesù Bambino (segno di un amore tenero e disponibile) e il libro (la Parola di Dio).

Sant’Antonio di Padova è inoltre patrono del Portogallo, del Brasile, della città di Beaumont, in Texas e di numerose località italiane, Padova in primis, ma è anche patrono della Custodia di Terra Santa.