All’alba di martedì 6 giugno del 1944, 70 anni esatti fa, iniziava la più grandiosa operazione anfibia della storia militare: lo sbarco in Normandia, più comunemente noto come D-Day. 150mila soldati Alleati, tra americani, canadesi e britannici, sotto il comando del generale Bernard Law Montgomery, invasero cinque spiagge tra Caen e Cherbourg denominate in codice Sword, Juno, Gold, Omaha e Utah beach, accolti dai cannoni e dalle mitragliatrici dei tedeschi. Fu il momento decisivo della seconda guerra mondiale, quello destinato a dare la spallata definitiva alla Germania nazista.

L’operazione, che nelle settimane e nei mesi seguenti vide protagonista quella che è largamente considerata la più grande armata mai raccolta nella storia dell’umanità, con oltre due milioni di effettivi, era stata decisa e  pianificata nell’arco del 18 mesi precedenti: l’obiettivo era quello di garantire alle forze alleate una solida testa di ponte in Francia, indispensabile per chiudere Hitler tra due fuochi – stava subendo enormi perdite sul fronte orientale – e procedere all’invasione della Germania.

I vertici militari del Reich furono colti di sorpresa, si aspettavano l’attacco più a est, ed era lì, nei pressi di Calais, che avevano concentrato la maggior parte delle loro forze; la resistenza fu comunque strenua e solo in quel fatale 6 giugno caddero almeno 10mila soldati alleati e un numero analogo di tedeschi. Un sacrificio tremendo, ma inferiore a quanto temuto da Eisenhower e Montgomery, e comunque indispensabile: due mesi e mezzo più tardi, il 25 agosto, Parigi veniva liberata. Il crollo del Reich divenne a quel punto inevitabile; e gli Alleati scongiurarono il rischio di un’invasione sovietica dell’Europa occidentale.

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