La procura di Bologna ha deciso di riaprire l’inchiesta in precedenza archiviata in merito ai possibili comportamenti omissivi dei funzionari di Stato nella revoca della scorta al giuslavorista Marco Biagi, assassinato dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002. La riapertura si è resa necessaria anche in seguito al ritrovamento di alcuni documenti contenuti nell’archivio sequestrato all’ex Ministro Claudio Scajola, arrestato lo scorso 8 maggio (leggi qui tutti i dettagli). In particolare, sarebbe balzato all’attenzione degli inquirenti l’appunto di un politico che avrebbe scritto all’ex ministro: “Guarda che Marco Biagi è in pericolo“.

Al momento l’inchiesta è contro ignoti ma diversa e più grave è l’ipotesi di reato contestata: non omissione semplice, come in precedenza statuito, ma omicidio per omissione. In sintesi, se chi sapeva delle minacce a Biagi non fece quello che era in suo potere e dovere per porlo al riparo dalla minaccia delle nuove Brigate Rosse, non impedendo l’evento tragico ha contribuito a provocarlo. Come recita infatti il secondo comma dell’art.40 c.p.: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo“.