Come ha rivelato l’inchiesta realizzata da Repubblica, ci sono anche alcuni politici italiani coinvolti nello scandalo dei rimborsi Ue. L’inchiesta per frode ai danni dell’Europarlmento vede nel mirino pure vari partiti internazionali, dall’Ukip di Nigel Farage fino al Front National di Marine Le Pen, che avrebbero assunto collaboratori con i fondi europei, salvo poi impiegarli in patria all’interno del partito.

Tra gli italiani sono invece implicati non interi partiti, ma solo i singoli casi di alcuni eurodeputati, come Lara Comi di Forza Italia, che ha assunto sua madre come assistente parlamentare, con uno stipendio da 126 mila euro. Sono però in corso accertamenti anche su due europarlamentari del Movimento 5 Stelle, Daniela Aiuto e Laura Agea. Altri nomi coinvolti nelle indagini sono poi quelli di Mario Borghezio della Lega Nord, il viceministro Riccardo Nencini e il deputato del Pd, ora Mdp, Antonio Panzeri.

Lara Comi, europarlamentare eletta per la prima volta nel 2009 e poi confermata nel 2014, si è difesa parlando proprio con Repubblica: “Prima del 2009 nessun regolamento vietava l’assunzione di familiari. Ero giovane, avevo 26 anni, e così pensai di farmi aiutare da mia mamma, professoressa di Lettere, alla quale affidai un incarico di fiducia”.

Il regolamento venne però cambiato nel 2009, quando venne introdotto il divieto di impiegare i parenti. Lara Comi spiega: “Il mio commercialista pensava che avremmo avuto a disposizione un anno di transizione per scegliere un nuovo assistente, ma in realtà si sbagliava. Fu un errore commesso in buona fede, che ho scoperto solo nel 2016”.

Lara Comi ha dichiarato che sta già restituendo la somma: “Come persona con un ruolo pubblico ho deciso di pagarne io le conseguenze: sto restituendo la somma che mi viene contestata con una detrazione prelevata direttamente dallo stipendio ogni mese. Si tratta di 126 mila euro che corrispondono al compenso versato a mia madre, più le tasse”.

Oltre a Lara Comi, si difende dallo scandalo rimborsi Ue anche l’attuale viceministro dei Trasporti ed europarlamentare dal 1994 al 1999, Riccardo Nencini: “Per l’ennesima volta vengo tirato in ballo sugli ‘italiani sotto inchiesta’ al Parlamento Europeo. E invece non solo non sono sotto inchiesta, ma sono stato da tempo assolto dalla Corte di Giustizia. Le indagini sono durate così a lungo, quasi 15 anni, e sono state svolte in modo così approssimativo – ho chiesto ripetutamente di essere ascoltato, ho fornito la documentazione bancaria sugli avvenuti pagamenti ai collaboratori, ho sollecitato, addirittura ho sollevato proprio io il problema – da non consentirmi di difendermi dovutamente nelle sedi opportune. Peraltro, sul punto avevo già vinto due cause presso il Tribunale di Firenze (2002 e 2003). Era inevitabile che la Corte di Giustizia accertasse il cattivo svolgimento delle indagine e l’intervenuta prescrizione. La contestazione del Parlamento europeo verteva sulla mancata registrazione di alcuni assistenti presso l’ufficio preposto. Insomma, una questione di natura amministrativa legata ad una irregolarità formale. Non è mai stato contestato né il lavoro svolto dagli assistenti né la circostanza che abbia percepito personalmente alcunché a tale proposito. Il mio caso è stato uno dei pochissimi in cui la Corte di Giustizia ha riconosciuto le ragioni degli eurodeputati contestati. Non ho dunque nulla a che fare con gli altri casi che sono stati riportati”.