Vero. La mia rubrica “shoes fever” condisce il lunedì sempre con tanta frivolezza.

Il che non guasta dato lo stato di inerzia in cui ci si trova ad inizio settimana (se vi siete svegliati super energici, ditemi la vostra formula magica).

Stavolta, però, vorrei parlare di dati e di realtà.

Sì, perché quando calano le luci, quando la sfilata finisce, quando l’ultima commessa esce dal negozio, ciò che conta sono i numeri.

Numeri e moda: che strano binomio.

Eppure i numeri governano la moda, che lo vogliate o meno.

Piccoli e grandi nomi del fashion system non viaggiano su nuvole di glitter e fronzoli, bensì su rendiconti e budget. Da rispettare.

Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici e amministratore delegato dell’azienda marchigiana Manas Spa, ha presentato in questi giorni i dati del comparto calzaturiero relativi al 2012 e ai primi mesi del 2013.

Emerge un made in Italy che viaggia su due binari diversi: da un lato la forte contrazione dei consumi interni, dall’altro l’aumento delle esportazioni.

Con un mercato interno ancora in forte crisi i produttori italiani di calzature si affidano ai compratori internazionali, soprattutto extra-comunitari.

La Francia si conferma il primo mercato, ( + 7,7% in valore e + 3,4% in volume) mentre prosegue l’arretramento per la Germania (-2,7% e -6,8%). Molto bene invece Russia (+27% valore) e Cina (+43%).

Sagripanti ha precisato che l’allontanamento dall’Italia è direttamente proporzionale all’aumento delle vendite.

Dato confortante, ma decisamente diverso da ciò che sta accadendo entro i confini nazionali.

Sono infatti soprattutto i consumi interni a subire nei primi tre mesi di quest’anno le contrazioni più accentuate.

Dopo il calo del 3,8% del consuntivo 2012, nel primo trimestre di quest’anno gli acquisti delle famiglie italiane hanno subìto una flessione del 4,7% in volume, con un decremento ancora più severo in termini di spesa (-7,2%) e di prezzi medi (-2,6%).

Cosa significa? Che si compra meno, sì, ma anche peggio.

Minore qualità da un lato e maggiore scontistica per indurre all’acquisto, una strategia che alla lunga porta ad un abbassamento della qualità complessiva del prodotto offerto sul mercato.

Non è tutto: nel 2012 hanno chiuso i battenti 250 imprese e quasi 1.700 addetti sono tornati a casa, così come nei primi tre mesi del 2013 altri 83 calzaturifici.

Quasi un’azienda al giorno.

Giorgio Armani in una delle sue ultime interviste lo ha detto molto chiaramente: occorre un intervento tempestivo di chi ci governa.

Meno tasse, meno burocrazia e difesa a denti stretti delle aziende di casa nostra.

Considerata la velocità del governo attuale relativa a riforme importanti, io mi chiedo: quanto ci vorrà?

Quanto ci vorrà per accorgersi che la disgregazione totale è proprio…ai nostri piedi??

 (Valentina su Lookdarifare)