Non occorre schierarsi. Perché era tutto già scritto. Tutto chiaro e prevedibile. Alex Schwazer, oro olimpico a Pechino 2008 nei 50 chilometri di marcia, finisce a Rio de Janeiro la sua carriera. Nell’ingenua attesa di una sentenza impossibile. Otto gli anni di squalifica confermati dalla decisione del Tas, il Tribunale arbitrale dello sport che ha ritenuto di fissare l’udienza proprio a giochi in corso, con un’eleganza degna di una dittatura asiatica. Ora non rimane che l’ultimo passaggio, la Corte federale svizzera. Ma non servirà a nulla. Il Tas ha accolto ogni richiesta della Iaaf, la Federazione internazionale dell’atletica leggera. A niente, infatti, sono valse le ore di argomentazioni e documenti presentati dall’atleta insieme al tecnico Sandro Donati. Per molti vero obiettivo di questa durissima decisione.

Doppio positivo, Alex Schwazer sarebbe (anzi è, questo dice la sentenza) un atleta recidivo. Questo il punto: la Iaaf, la Wada (l’organismo internazionale antidoping), il Cio non potevano permettersi – nella tempesta degli ultimi mesi che ne ha azzerato l’autorevolezza – di superare quella soglia. Farlo avrebbe significato polverizzare anche quell’ultimo grammo di credibilità che il sistema internazionale contro lo sport pompato ancora conserva. Schwazer è diventato il confine ultimo, il limite di un teatrino che puzza più di geopolitica che di valori olimpici.

Però ci sono tanti però. Col risultato che a molti finisce per non interessare se l’altoatesino ci sia davvero ricascato, nonostante la cura Donati su cui in moltissimi avrebbero messo la mano sul fuoco, o se questa storia nasconda altro. Uno di questi però è incarnato in maniera nauseabonda proprio dalle Olimpiadi a cui stiamo assistendo.

Il peccato originale è ovviamente la presenza della delegazione russa, per quanto fortemente ridimensionata. Dal caso della nuotatrice Yulia Efimova (anche lei, di fatto, una doppia positiva) a quello del cinese Sun Yang, già beccato nel 2014, punito con una squalifica leggerissima di tre mesi dalla sua federazione e collezionista di enigmatici forfait nelle gare nazionali proprio in vista di più importanti appuntamenti internazionali. Giocolieri del doping.

I casi sarebbero moltissimi ma il punto è uno: a Rio stanno vincendo medaglie “atleti” beccati pochi mesi fa e stanno gareggiando drogati di chiara colpevolezza. Basta approfondire ad esempio il sollevamento pesi. Senza contare, come detto, l’ammissione della delegazione russa, un autentico insulto alla nostra passione per lo sport.

Ma è inutile dividersi. Serve solo al nostro piccolo spirito di tifosi. Il Tas ha deciso che quel testosterone (sintetico e no), sebbene di poco sopra la soglia e individuato dopo sorprendenti e scrupolosissime controanalisi, notificato strategicamente a molti mesi dalla verifica, inchiodano il marciatore italiano. Fine. Non è il caso di aprire il fronte fra innocentisti e colpevolisti, anche perché questo modo di ragionare ci sta conducendo alla barbarie intellettuale.

Non possiamo però evitare di guardarci intorno, altrimenti insulteremmo la nostra intelligenza. Non possiamo cioè schivare con leggerezza il contesto, certo deprimente per stessa ammissione degli atleti (basti pensare alle accuse della campionessa Lilly King, oro nei 100 rana, nei confronti del connazionali Justin Gatlin o Tyson Gay), in cui certe decisioni vengono assunte, rischiando l’immediata delegittimazione. Al solito e a ogni livello, o le regole sono uguali per tutti oppure non vale alcuna regola.

Non è certo una corsa al ribasso. Tutti quelli che hanno sbagliato devono pagare, come molti zelanti atleti della rappresentativa azzurra (Elisa Di Francisca e l’infortunato Gianmarco Tamberi) vanno ripetendo in queste ore. Ma il fatto è che, se anche uno solo dei 10.500 partecipanti alle Olimpiadi ha ricevuto un trattamento diverso da quello giustamente stabilito per Schwazer, la partita è falsata.