I contrasti tra Umberto Bossi e l’ala della Lega Nord che fa capo a Roberto Maroni sembrano essere arrivati ad un punto insanabile. Dopo la richiesta del consiglio nazionale del partito di espellere alcuni fedelissimi bossiani, fra cui possibilmente anche l’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, pare che il dado sia tratto. Il Senatur ha dichiarato alla stampa: “Questi sono un po’ matti. Alla fine non resterò lì neppure io, se va avanti così”. Detto fatto. L’Ansa riporta che nel pomeriggio Bossi ha depositato presso un notaio degli atti che potrebbero costituire un nuovo soggetto politico. Questo prelude ad una possibile, clamorosa, scissione dal partito che lui stesso fondò nell’ormai lontano 1984. Bossi ha successivamente smentito di volersene andare: “Resto, non ho mai pensato ad un altro partito. Abbiamo solo costituito un’associazione culturale”.

E’ comunque il momento di rottura di una situazione che parte da lontano, da quando Bossi perse il comando, travolto lo scorso anno dallo scandalo dei rimborsi elettorali; Maroni ha preso in mano il partito ed è tornato ad allearsi con Berlusconi. La Lega ha preso la Lombardia, ma è andata malissimo in Veneto e Piemonte, e in Parlamento è crollata, passando dal 12% al 4%. Inoltre Maroni non ha lasciato la segreteria dopo l’elezione a presidente regionale, come invece aveva promesso di voler fare.

Per cui Bossi e i suoi fedelissimi sono tornati a fare la voce grossa, fino al raduno di Pontida del 7 aprile (foto by InfoPhoto), quando diversi militanti hanno apertamente contestato Maroni, ritraendolo in un cartello col naso di Pinocchio. E altri “dissidenti”, compresi alcuni dirigenti bossiani, avevano fischiato (con dei fischietti) il sindaco di Verona Flavio Tosi. Da quel momento la tensione è salita costantemente, sebbene a parole tutti predichino unità e concordia.