Alla fine è arrivata la condanna a 25 anni di reclusione per omicidio e occultamento di cadavere per Salvatore Di Grazia, marito di Mariella Cimò, 72enne scomparsa alle porte di Catania il 25 agosto 2011. Secondo l’accusa la donna sarebbe morta, uccisa dal marito per contrasti economici e passionali. Poi avrebbe fatto sparire il suo corpo denunciando la presunta scomparsa dopo più di una settimana. Una circostanza sospetta che ha spinto gli inquirenti ad aprire un fascicolo nonostante Salvatore Di Grazia si sia sempre dichiarato estraneo ai fatti, totalmente innocente. A condannarlo, dunque, in primo grado, è la Corte d’assise di Catania che non ha accolto in toto la richiesta del pm il quale aveva chiesto una condanna all’ergastolo portando in aula 45 indizi di colpevolezza.

Mariella Cimò scompare il 25 agosto 2011

“Di Grazia, in definitiva, si è liberato della moglie, probabilmente in esito ad un fatale ultimo litigio, per continuare liberamente la già disinvolta e talora frenetica frequentazione di donne ad esclusivi scopi sessuali per lo più verso pagamento di somme di denaro” scrive il magistrato che accusa Di Grazia non solo di aver “mentito” ma anche di aver “depistato” le indagini.

Mariella Cimò, il movente del presunto omicidio

I due vivevano insieme da 43 anni, non avevano figli ma si occupavano di numerosi cani, amatissimi da Mariella Cimò. A scatenare il tragico gesto, secondo l’accusa, sarebbe stata la gestione di un autolavaggio per autovetture ad Aci Sant’Antonio che il marito, diversamente dalla moglie, non avrebbe voluto chiudere. La Cimò sospettava che lo usasse per intrattenere rapporti extraconiugali.

Lui, presente in aula ma impassibile, resta in libertà con l’obbligo di soggiorno dalle 21 alle 7 del mattino nel suo comune di residenza.