Continua a salire il numero delle vittime dei feroci scontri di questa mattina avvenuti davanti alla sede della Guardia repubblicana al Cairo. Secondo i servizi di emergenza egiziani, sono almeno 51 i morti e più di 400 i feriti: tragico esito di una vera e propria strage di militanti islamisti uccisi, secondo i Fratelli Musulmani, dall’esercito durante una manifestazione nella zona di Rabaa el Adaweya.

“Il popolo egiziano – dice con foga un sostenitore della Fratellanza - ha eletto presidente Morsi, lui è il legittimo Capo di Stato, il solo presidente dell’Egitto e la democrazia va rispettata. Ma l’esercito ha assassinato la democrazia“.

Intanto in piazza Tahrir continuano le manifestazioni a sostegno dell’operato dei militari. Dopo i fuochi artificiali dei giorni scorsi, però, si comincia a percepire forte la minaccia della guerra civile: il clima, dunque, è di grande incertezza e il mondo guarda a figure come quella di Mohamed El Baradei,  il cui nome era emerso come possibile premier e che potrebbe invece essere nominato vice presidente ad interim, che da tempo parla di una “necessità di conciliazione” che, al momento pare però essere ancora molto lontana.

La più alta autorità musulmana d’Egitto, Ahmed al-Tayeb, grande imam della moschea di al-Azhar al Cairo, nel frattempo, lancia il suo monito al Paese sul rischio di guerra civile, aggiungendo che si ritirerà fino a quando le violenze non avranno fine. L’imam si è rivolto agli egiziani attraverso la tv di Stato e ha fatto appello alle autorità affinché la transizione iniziata la scorsa settimana con la deposizione del presidente Mohamed Morsi non vada oltre i sei mesi.

L’esercito, di rimando, ha lanciato un ultimatum: “Non si permetterà più a nessuno di minacciare la sicurezza nazionale“, spiega il portavoce delle forze armate, Ahmed Ali chiededo che “vengano smobilitati i sit-in” e promettendo che i “manifestanti non saranno arrestati“.