Se questo è un uomo è il primo libro pubblicato da Primo Levi, scritto al suo ritorno in Italia, dopo la drammatica  esperienza di reclusione nel campo di concentramento nazista di Buna-Monowitz, all’interno del complesso di Auschwitz, nel 1945.

La prima edizione del libro uscì nell’autunno del 1947, in appena 2.500 copie, stampate da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, dopo che l’autore si era visto rifiutare il manoscritto da alcuni grandi editori. L’opera ricevette numerose recensioni autorevoli, tra cui quella di Italo Calvino, che la definì “il libro più bello uscito dall’esperienza della deportazione”.

Nel 1958, Se questo è un uomo venne quindi ristampato da Einaudi, conoscendo un periodo di grande fortuna. Negli anni seguenti è stato tradotto in decine di lingue ed è oggi universalmente considerato una delle opere più alte sullo sterminio ebraico, assieme a Il diario di Anna Frank e La notte di Elie Wiesel.

Il libro si apre con la poesia Shemà e con un’importante Prefazione, in cui l’autore chiarisce le motivazioni che lo hanno spinto a dare forma scritta a al suo vissuto, e a quello di centinaia di migliaia di persone che, come lui, erano state travolte dalle atrocità dello sterminio nazista: apprendiamo così che Se questo è un uomo nasce con il preciso compito di testimoniare la tragedia dei campi di sterminio e le inumani condizioni di vita all’interno dei lager. L’opera descrive dunque l’anno di permanenza di Levi nel campo di Buna-Monowitz, dal febbraio 1944 al 27 gennaio 1945, uno dei quarantaquattro campi satelliti di Auschwitz, in Alta Slesia, in territorio polacco.

La vicenda si apre tuttavia con l’internamento dell’autore nel campo per ebrei di Fossoli, presso Carpi, da cui, solo in seguito, sarà deportato ad Auschwitz. La narrazione è suddivisa in diciotto capitoli (per circa duecento pagine totali), stesi in maniera non cronologica, ma dettati dall’urgenza di raccontare, e ognuno dedicato ad un argomento specifico. A questi si aggiunge un’Appendice scritta dall’autore nel 1976, nella quale risponde alle più frequenti domande che gli venivano poste nelle scuole, dove era solito recarsi per portare la sua testimonianza.

Come accennato, è la poesia “Shemà”(in ebraico: “Ascolta”) ad aprire l’opera, nella quale Levi, dopo aver chiesto al lettore di considerare se ancora si possa definire “uomo” colui “Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no”, gli comanda attenzione e memoria per quanto gli verrà riferito. A seguire, il tono di Levi si manterrà sempre mite, asservito all’intento di “fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano”.

Levi sarà uno dei 20 sopravvissuti, sui 650 ebrei deportati con lui. Verrà liberato il 27 gennaio 1945, quando i russi giunsero al campo di Buna-Monowitz. Il suo rimpatrio avverrà tuttavia solo nell’ottobre successivo. Nel 1963 pubblicò quind il seguito di Se questo è un uomo, l’opera La tregua, ovvero il racconto del ritorno a casa dopo la liberazione.

Primo Levi morì l’11 aprile 1987, cadendo dalla tromba delle scale della sua casa di Torino, anche se in molti sostengono che non si sia trattato di un incidente, bensì di un atto volontario.