E’ il 31 maggio 1972 quando in un bosco vicino a Peteano, paesino in provincia di Gorizia, una Fiat 500 imbottita di esplosivo salta in aria nel momento in cui una pattuglia di carabinieri apre il cofano della vettura.

Il racconto

Tre dei cinque militari,  il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni di 33 e 23 anni, moriranno sul colpo, gli altri due ne usciranno gravemente feriti. Una telefonata anonima aveva attirato le forze dell’ordine segnalando la presenza di un’automobile sospetta con due fori di proiettile sul parabrezza. Si trattò, quindi, di un vero e proprio agguato premeditato.

Le indagini

Da subito si cercarono i responsabili dell’attentato seguendo la “pista rossa” e quella della criminalità comune; dovettero passare più di 10 anni per rivolgere l’attenzione dall’ “altra parte”, verso la destra eversiva e, in particolare, a soggetti già militanti nella organizzazione Ordine nuovo, responsabile di diversi stragi svolte sempre in quegli anni. Ad attirare l’attenzione fu una confessione di Giovanni Ventura, nel frattempo arrestato per la strage di Piazza Fontana che confessò il fatto e ne indicò i coautori fornendo riscontri alle sue dichiarazioni.

Il processo

In seguito alle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra - reo confesso per la strage – rivelò nel 1982 come il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari a Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali: tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto.

Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao ed il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare, all’epoca ancora riconosciuta a deputati e senatori, anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo, nonostante la legge ne prevedesse già da molti anni la rinunciabilità proprio al fine di tutelare il diritto dell’imputato all’accertamento dei fatti.

Cicuttini, fuggito in Spagna, venne catturato a ventisei anni dalla strage, nell’aprile del 1998, quando fu vittima egli stesso di una trappola: la procura di Venezia gli fece offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi convinto di intraprendere le trattative contrattuali, venne arrestato dalla polizia ed estradato dalla Francia. Attualmente Vincenzo Vinciguerra sta scontando una condanna all’ergastolo in qualità di reo confesso della strage.