Era il 12 dicembre 1969 quando all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle ore 16:37.

Il racconto

Ricordo che c’era una riunione degli agricoltori e la sala centrale era affollata di persone che stavano contrattando – racconta un superstite, Fortunato Zinni – io ero tra i tanti che stavano svolgendo il proprio lavoro e mi fu chiesto di occuparmi di una vicenda, spostandomi in una sala dove mi trovavo appoggiato ad un vetro. Forse è stata la mia salvezza perché le schegge non divennero per me proiettili mortali. Poi la scena apocalittica di corpi sanguinanti per terra e uno che mi chiedeva aiuto e non aveva una gamba, tranciata dall’esplosione. Ero come paralizzato, tremavo e piangevo e non sapevo cosa fare. Una scena che non mi ha più abbandonato…”.

Nella strage di Piazza Fontana perderanno la vita 16 persone, ne rimarranno ferite 87. Non è tutto però: una seconda bomba viene rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Dopo aver eseguito i rilievi previsti, verrà fatta brillare distruggendo elementi probatori di possibile importanza per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi abbia preparato gli ordigni. Una terza bomba esplode a Roma alle 16:55 dello stesso giorno nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esploderanno a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in Piazza Venezia, ferendo quattro persone.

L’inchiesta

Nei giorni successivi all’attentato, solo nella capitale meneghina vengono fermati in 84 tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra.

Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura poche ore dopo la deflagrazione: dopo tre giorni di interrogatorio guidato dal commissario Luigi Calabresi, al quale è stata affidata l’inchiesta, Pinelli non viene ancora rilasciato, nonostante non gli sia imputabile alcuna accusa.

Il 15 dicembre 1969 Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma al momento della sua morte il ferroviere era in una stanza con quattro poliziotti e il capitano Lo Grano. I cinque carabinieri saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo, quindi imputati in un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario calabresi, che non si trovava nella stanza al momento del presunto suicidio,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché “il fatto non sussiste”. Il 17 maggio 1972 il commissario Calabresi fu assassinato a Milano in via Francesco Cherubini di fronte al civico n° 6, vicino alla sua abitazione , mentre si avviava alla sua auto per andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle.

Il 16 dicembre 1969 viene arrestato anche un altro anarchico: Pietro Valpreda, accusato di essere l’esecutore materiale della strage. Ad indicarlo un tassista, Cornelio Rolandi, che racconta di aver portato Valpreda sul luogo della strage, scenario in realtà poco plausibile in quanto secondo le sue dichiarazioni l’imputato avrebbe preso il taxi in piazza Cesare Beccaria, la quale dista 130 metri a piedi da piazza Fontana. Viene addotta per questa ragione la motivazione che Valpreda fosse claudicante. Il taxi, però non si fermerà a piazza Fontana, ma proseguirà sino alla fine di via Santa Tecla. In questo modo Valpreda dovrà percorrere 110 metri a piedi, al posto dei 130 metri originari. Indagini successive vedranno prendere corpo l’ipotesi di un sosia, che prenderà il taxi al posto di Valpreda. Viene quindi avanzata dalla pubblicistica un’ipotesi, secondo la quale il sosia sarebbe stato tale Antonino Sottosanti, ex legionario siciliano, infiltrato nel circolo anarchico di Pinelli nel quale era conosciuto – per via dei suoi trascorsi – come “Nino il fascista”, ipotesi mai riscontrata.

Ad essere fermato fu anche Mario Merlino, militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un neofascista infiltrato dai servizi segreti.

Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera. I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura.

I processi

Diversi i processi che si sono celebrati sino ad oggi, senza giungere, però, all’identificazione certa di colpevoli e responsabilità: alcuni esponenti dei servizi segreti italiani verranno condannati per depistaggi. Solo Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo, ha confessato il proprio ruolo nella preparazione dell’attentato e ottenuto nel 2000 la prescrizione del reato per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli, appunto, per il suo contributo. A metà degli anni novanta Carlo Digilio sostenne di aver ricevuto una confidenza in cui Delfo Zorzi, ex esponente del Movimento Politico Ordine Nuovo (accusato di essere l’esecutore materiale della strage di Piazza della Loggia di Brescia) gli raccontava di aver piazzato personalmente la bomba nella banca. Zorzi, trasferitosi in Giappone nel 1974, divenne un imprenditore di successo e ottenne la cittadinanza giapponese che gli garantì poi l’immunità all’estradizione.

Nel 2005 la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, militanti di Ordine Nuovo condannati in primo grado all’ergastolo, scrivendo però nella sentenza che con le nuove prove – emerse nelle inchieste successive al processo milanese nel 1972 e alla definitiva assoluzione nel 1987 – i veneti Franco Freda e Giovanni Ventura sarebbero stati entrambi condannati. In realtà non vi è alcun procedimento giudiziario aperto in quanto la condanna arriva tardiva, oltre al terzo grado di giudizio.

Dopo decine di anni, la morte di Pinelli è ancora oggetto di discussione, sebbene la Magistratura abbia parlato in modo univoco di morte accidentale. Al termine il processo nel maggio 2005 ai parenti delle vittime sono state addebitate le spese processuali.

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