E’ il 2 agosto del 1980 quando alle ore 10:25, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna, esplode una valigia poggiata su un tavolino portabagagli posto sotto il muro portante dell’ala ovest e carica di tritolo, T4 e gelatinato.

Il racconto

La deflagrazione causa 85 morti ed il ferimento di oltre 200 persone. L’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investe anche il treno Ancona-Chiasso, in sosta in quel momento sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, e colpisce anche il parcheggio dei taxi antistante l’edificio. Il forte odore di polvere da sparo nell’aria fa subito pensare a un attentato ed il presidente del consiglio Francesco Cossiga, due giorni più tardi, afferma che la strage ha responsabilità fasciste.

I funerali si terranno dopo quattro giorni dalla strage, il 6 agosto, solo 8 famiglie delle vittime accetteranno le esequie di Stato e tutti i politici presenti alla cerimonia vennero fortemente disprezzati dalla folla presente nella Basilica di San Petronio. Gli unici applausi furono riservati al presidente Sandro Pertini, giunto con un elicottero a Bologna nel pomeriggio del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: “Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia“.

Le indagini

Subito dopo l’attentato, nonostante la palese matrice terrorista, il Governo italiano e le forze di polizia attribuirono l’esplosione allo scoppio di una caldaia posta nei sotterranei della stazione, teoria frutto di chiari depistaggi, smentita a seguito dei rilievi svolti all’interno dell’edificio.

Il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna aresta 28 militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Si tratta di: Roberto Fiore e Massimo Morsello (futuri fondatori di Forza Nuova), Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Giuseppe Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, PierLuigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, GianLuigi Napoli, Fabio De Felice, Maurizio Neri. Interrogati nelle città di Ferrara, Roma, Padova e Parma, tutti saranno scarcerati nel 1981.

I processi

La sentenza definitiva della Corte di Cassazione arrivò il 23 novembre 1995: vennero condannati all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. L’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare.

In un’altra sentenza, pronunciata nel 2004, vennero descritti fatti e documenti che provavano come nell’ambiente del terrorismo di destra si conoscesse già prima del 2 agosto il progetto dell’attentato. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007: anche lui continua a dichiararsi innocente. Eventuali mandanti della strage non sono ancora stati scoperti.

Possibile connessione con la strage di Ustica

Il 27 giugno del 1980, 35 giorni prima della strage della stazione, sempre dal capoluogo emiliano era partito l’aereo DC9 Itavia volo IH870 per Palermo, misteriosamente abbattuto al largo di Ustica provocando la morte di 81 persone (qui il racconto della strage). Nonostante le versioni ufficiali abbiano mantenuto separati i due episodi, esiste tuttavia, secondo alcuni, la possibilità che servizi segreti come CIA e Mossad abbiano meccanizzato l’episodio di Bologna al fine di mettere sotto pressione il governo italiano e il suo filoarabismo ben espresso dal “lodo Moro”, in quanto considerato ambiguo e controproducente agli interessi atlantici. Da qui la protezione del Colonnello Gheddafi nell’attacco subito nei cieli di Ustica il 27 giugno di quella stessa estate.

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