Anche se potrebbe sembrare, non è un pesce d’aprile: dopo Svizzera e Liechtenstein, anche il Vaticano ha detto addio al segreto bancario con l’Italia. E’ questo il risultato della Convenzione fiscale tra la Santa Sede e il governo italiano firmata quest’oggi dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e dal segretario per i Rapporti con gli Stati, Paul Richard Gallagher; un risultato che giunge al termine di un lungo percorso e che era stato preannunciato nelle scorse settimane dalle parole del premier Matteo Renzi e confermato dal portavoce della Santa Sede Federico Lombardi. E’ la prima volta che il Vaticano sottoscrive un accordo del genere con un altro paese.

Nonostante sia comune la filosofia che ne ha accompagnato il decorso, si tratta di un accordo comunque diverso da quelli stipulati con Svizzera e Liechtenstein, fondamentalmente perché il Vaticano, a differenza delle due nazioni mitteleuropee, non era incluso nella blacklist dei paradisi fiscali. Anche in questo caso è previsto lo scambio di informazioni finanziarie tra i due paesi, senza la possibilità di ricorrere al famoso segreto bancario. Inoltre, viene semplificata la procedura di pagamento delle imposte sulle rendite finanziarie generate da attività detenute nella Città del Vaticano, agevolando, così la riscossione da parte del fisco italiano. Questi stessi soggetti potranno anche accedere alla regolarizzazione delle loro attività secondo le modalità previste dalla legge sul rientro dei capitali (voluntary disclosure: chi si autodenuncia potrà godere di sanzioni più lievi).

Non è stata toccato, invece, un altro punto dolente di lungo corso nelle relazioni fiscali tra Italia e Santa Sede, ovvero quello relativo alle proprietà immobiliari del Vaticano in territorio italiano indicate nei Patti lateranensi del 1929 e quindi ribadite negli accordi craxiani del 1984. Parliamo di una trentina di immobili, le cosiddette zone extraterritoriali della Santa Sede, posizionati perlopiù tra Roma e Castel Gandolfo, sui quali la Chiesa continuerà a non versare un euro al fisco italiano. Ricordiamo che nel 2012 l’Associazione Italiana Comuni Italiani ha quantificato il mancato gettito dovuto all’esenzione IMU elargita alla Chiesa in una cifra prudenziale di 500-600 milioni di euro all’anno.