A tre giorni dallo storico accordo con la Svizzera che ha sancito la fine del segreto bancario, l’Italia raggiunge un’analoga intesa con un altro dei paradisi fiscali europei, il Liechtenstein, che esce di conseguenza dalla black list dei paesi non collaborativi. A firmare l’accordo in materia di scambio di informazioni a fini fiscali sono stati il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e il suo omologo, nonché Primo ministro del Principato, Adrian Hasler. Il protocollo, come cita il comunicato ufficiale, “consentirà di sviluppare ulteriormente la cooperazione amministrativa tra i due Paesi e quindi rafforzare il contrasto all’evasione fiscale“. In attesa della ratifica da parte dei rispettivi parlamenti, lo scambio di informazioni potrà iniziare già dal momento della firma, cioè da oggi.

L’intesa è stata modellata sul Tax Information Exchange Agreement dell’OCSE e prevede l’impossibilità, per lo stato a cui viene presentata richiesta da parte di un altro stato, di rifiutare l’accesso alle informazioni fiscali. Esattamente come l’accordo con Berna, la prima fase prevede uno scambio di informazioni su richiesta, mentre a partire dal 2017 lo scambio avverrà in automatico (Common Reporting Standard), come previsto dall’OCSE. E, ancora, anche questo accordo consentirà ai contribuenti italiani che abbiano conti o attività registrate nel Liechtenstein di accedere alla cosiddetta voluntary disclosure, la procedura di autodenuncia che permette la regolarizzazione della propria posizione contributiva alle condizioni più favorevoli, ovvero incorrendo in sanzioni ridotte.

A pochi giorni dalla deadline del 2 marzo, si proverà a cercare un accordo anche con la Città del Vaticano, considerato un paese non collaborativo de facto, anche se al momento non c’è alcuna conferma ufficiale che questo tentativo verrà ufficialmente portato avanti. Ricordiamo comunque che l’estate scorsa Ernst Von Freyberg, presidente uscente dello Ior, aveva dichiarato che nel prossimo futuro i clienti della potente banca vaticana avrebbero dovuto “dimostrare di pagare le tasse nel loro paese d’origine, a cominciare dall’Italia. Lo Ior non funzionerà più da paradiso fiscale“.