Nonostante se ne parli ormai da decenni, uno dei problemi legati al mondo dell’industria è indubbiamente quello dello sfruttamento della manodopera dell’operaio. Prezzi bassi per turni di lavoro estenuanti sembrano essere una soluzione per molte aziende, peccato che a rimetterci è sempre lui, l’operaio.

Nuove grida d’aiuto arrivano ancora una volta dalla Cina, nazione in cui le grandi e medie aziende scappano per il costo minore della manodopera e i cui operai vengono letteralmente imprigionati in enormi stabilimenti e case-cella, dove vi trascorrono tutta la loro vita per un misero stipendio e condizioni d’igiene disastrose.

Questa volta un operaio cinese ha cucito un biglietto d’aiuto in uno dei pantaloni che stava producendo e che poi sono finiti in mano ad una donna irlandese: Karen Wisinska. A quanto pare, però, la ragazza li avrebbe comprati anni prima ma mai messi, lasciandoli nell’armadio per via di una cerniera difettosa. Dove ha comprato il pantalone? Da Primark, nota catena low cost inglese d’abbigliamento e accessori.

Il messaggio, postato dalla donna su Facebook con la speranza che qualcuno lo traducesse, nelle ultime ore sta facendo il giro del mondo sconvolgendo il popolo di internet:

Siamo detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina. Da molto tempo lavoriamo in carcere per produrre abbigliamento per l’esportazione. Ci fanno fare turni da 15 ore al giorno. Quello che ci danno da mangiare è perfino peggio di quello che si darebbe a un cane o a un maiale. Siamo tenuti ai lavori forzati come animali, usati come buoi o cavalli. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare la Cina per questo trattamento disumano“.

Immagini che non possono non far tornare alla mente anche il documentario del 2005 China Blue (dove viene raccontata la storia di una giovane ragazza forzata a lavorare in una fabbrica di jeans, assieme a milioni di altri compaesani) e, nel caso in cui fosse fondata, porterebbe non pochi guai per la catena d’abbigliamento inglese, la quale avrebbe già aperto un’inchiesta e si sarebbe già difesa dicendo che “secondo i controlli nessuno dei loro jeans è stato cucito nei lager cinesi”.

Sarà, ma la stessa azienda è stata anche coinvolta nel disastroso crollo di uno stabilimento in Bangladesh, dove morirono più di 1000 operai che operavano per conto di marche occidentali e a quanto non è la prima volta che un cliente trovava un biglietto in un loro capo d’abbigliamento. In concomitanza con quest’ultima starebbero sorgendo ulteriori messaggi che non fanno altro che rammentare il degrado degli operai, ma che a quanto pare Primark starebbe già negando.

Questo il messaggio:

Messaggio SOS Primark 1

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