Le parole hanno davvero uno strano peso.

“Pazza”, “la capisco”, “concordo”, “caro”: le più insignificanti hanno il potere di distruggere completamente il nostro umore, il nostro modo di vedere il mondo, almeno per qualche ora – e qualche ora dedicata all’odio universale è già troppo. E’ già sprecata.

Spesso la parola sbagliata sceglie come veicolo qualche portatore inconsapevole, in modo da arrivare il più inaspettata e dolorosa possibile. Ogni tanto arrivano anche dalla televisione, la scatola per eccellenza votata a farci incazzare il più possibile per amore dello share.

Più di quei gesti col potere di urtarci, più delle unghie sulla lavagna, più del dentifricio mal spremuto e delle giostre tamarre sotto casa la domenica mattina, la “parola sbagliata” è per molti violenza pura. La guerra delle parole incide nei cuori ferite profonde ed è una guerra che può andare avanti una vita senza essere mai stata dichiarata e senza che abbia un vincitore e un vinto. Si vive e si muore in guerra con “le parole”.

Tutti, in diversa misura, siamo sensibili alla parola: un’arma piccola piccola, anche troppo comunicativa, facilmente fraintendibile e fortemente evocativa. Scombussola strani ricordi “la parola sbagliata”, ti stacca senza troppo rispetto dal  “qui e ora”.

Bisognerebbe avere rispetto per le parole, bisognerebbe dirle elegantemente.

Dovremmo dotarci tutti di  un “bilancino da parole”. Sarebbe immensamente comodo se cominciassimo tutti a presentarci nel seguente modo: “Buongiorno, mi chiamo Franco e la parola “comprendo”, mi porta a desiderare la morte del mio interlocutore per impiccagione. La prego di non rispondere “comprendo!”

Sarebbe immensamente comodo secondo me. Invece non ci si può aspettare sensibilità da parte dell’altro, non nell’epoca del tag selvaggio e della condivisione di tutto – sto cazzo incluso. E nemmeno che ci si “legga nel pensiero”: andare incontro alle possibili crisi nervose del nostro prossimo sarebbe gesto amabilissimo e di grande civiltà.

Se non ci piacesse immensamente guardarci impazzire a vicenda, se non amassimo in generale l’idea di guardare il nostro vicino di casa farsi prendere dai proverbiali cinque minuti per un’inezia, dovremmo davvero prendere questa piccola ipotesi come soluzione contro la crudeltà involontaria. Invece viviamo nel paese delle parole sprecate, buttate, inflazionate e stuprate, nel secolo del “tweet d’assalto” e se non twitti almeno una volta al giorno sei un povero stronzo senza nulla da dire. Manco il “silenzio stampa” fosse un reato contro lo Stato, manco il silenzio fosse sinonimo di rincoglionimento senile precoce.

Meglio armati di parole, allora. Sbagliate, di riempimento. Meglio fraintesi e crudeli che silenziosamente comprensivi.

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