La parola smart è oggi tra le più in voga nel mondo del lavoro. Come spesso accade, si tratta di un prestito dalla lingua inglese. Nello specifico, si tratta di un aggettivo che può essere tradotto in rapido, veloce, abile, acuto, brillante, sveglio, intelligente, ma anche alla moda ed elegante (es: “a s. pupil” ovvero “un allievo sveglio”, o “a s. talker” , “un oratore brillante”).

Quando si usa l’espressione smart riferita ad una persona, si fa dunque riferimento alla sua intelligenza, unitamente ad una qual certa capacità e velocità di apprendimento e di risposta agli stimoli esterni. Oggi viviamo infatti in un mondo in continua evoluzione, in cui essere veloci nel recepire i cambiamenti, adeguandosi alle nuove realtà, è la chiave per divenire e restare competitivi nel mondo del lavoro o comunque, più in generale, al passo con i tempi. Essere smart non significa dunque solamente essere intelligente (nel senso che un alto QI di per sé non è un valido indicatore di “good thinking”), ma anche pronti, svegli, brillanti, reattivi: saper mostrare doti di adattamento, problem solving e rapido apprendimento.

L’aggettivo è tuttavia diffuso anche in espressioni a noi molto famigliari, come “smartphone”, letteralmente “telefono intelligente”, con funzionalità evolute, ossia un apparecchio che racchiude in sé sia le funzioni di un computer palmare che quelle di un telefono cellulare, con possibilità di personalizzazione con nuove funzioni e programmi. Sempre più spesso di sente poi oggi parlare di smart watch (orologi con funzionalità evolute che possono andare dalla riproduzione di radio FM, audio, e file video attraverso un auricolare Bluetooth, alla possibilità di effettuare o rispondere alle chiamate), di smart TV, smart work, e ancora smart city, smart economy e persino smart governance, dove “smart” racchiude i concetti di migliore qualità di vita e minor impatto ambientale, grazie all’utilizzo intelligente delle tecnologie.