Ancora mi ricordo ai tempi della scuola che c’era sempre chi si vergognava ad entrare nelle fotografie delle pizzate, oppure in quella della classe. E ancora gente che scompariva durante la foto della gita, all’uscita con gli amici, perché non si sentiva fotogenico. Oggi, con la nuova tecnologia, chiunque possiede un telefonino di ultima generazione ha scoperto il mondo della “fotografia”. Dai famigerati autoscatti, alle foto dei luoghi che si frequenta, a ciò che si mangia… E tutto per un’unica funzione: CONDIVIDERE.

Non importa cosa, come o quando “Mettilo subito su Facebook e taggami”, “Aspetta che lo miglioro con Instagram“, ”Facciamone un’altra che non sono uscito bene”… Non si vive la fotografia per immortalare un momento di vita e tenerlo come ricordo, lo si fa per far vedere alla nostra community chi siamo, dove, cosa facciamo.

In questa era il condividere sovrasta un po’ il vivere: si è collegati a qualsiasi ora del giorno della notte, si sente la necessità di dire la propria su qualsiasi argomento e si diventa impazienti quando la linea non prende e manca la connessione. Social-dipendenti.
Fotografia come seduzione, sogno, realtà modificata, tagli, luci ed ombre. Le ombre che fanno parte del nostro essere, lasciando posto all’apparire.

A quel narcisismo che ci fa aspettare per vedere quanti like su Facebook o Instagram prendiamo. Il web, per alcuni, è una sorta di teatro dove si mette in scena quel che si vorrebbe essere: ecco lo smarrimento dopo certi incontri che da virtuali diventare reali. Chi abbiamo conosciuto? Chi è lui/lei davvero?

Non so se il detto “Si stava meglio quando si stava peggio” calzi in questo contesto, so solo che forse, qualche anno fa, senza il web, c’era qualche maschera in meno da indossare. Che oggi, è un qualcosa di raro e prezioso. Bisognerebbe fare quel salto che ci porti dal condividere al condi-vivere. Abbiamo bisogno di inventare un tempo nuovo, un tempo che scansi via questa maledetta solitudine.