Almeno 43 soldati sarebbero morti durante l’assalto compiuto da un commando di fondamentalisti islamici al-Shabaab in una base usata da truppe etiopi in Somalia.

Stando alle prime ricostruzioni dei fatti, il commando avrebbe preso di mira la base di Halgan, nella Somalia centrale, a circa 300 km nord di Mogadiscio, utilizzata dai militari di Addis Abeba (capitale dell’Etiopia). Dopo aver lanciato un’autobomba contro l’ingresso della struttura, il commando vi ha fatto irruzione ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i militari etiopi, una quarantina dei quali sarebbero rimasti uccisi. Numerosi testimoni riferiscono di aver chiaramente udito la violenta esplosione, quindi colpi di arma da fuoco, tuttavia, ad ora, l’Unione africana non ha voluto commentare il bilancio delle vittime. ”C’è stato un tentativo di attacco questa mattina, ma è stato respinto. Le nostre truppe hanno la situazione sotto controllo” riferisce il tenente colonnello dell’Unione africana, Joe Kibet. Dichiarando invece che nello scontro sarebbero stati uccisi 110 combattenti jihadisti.

Il raid è stato compiuto all’alba, seguendo lo schema ormai consolidato dagli shabaab: dal giugno scorso i fondamentalisti hanno colpito tre basi dell’Unione africana, uccidendo 54 soldati del Burundi a Leego, 19 dell’Uganda a Jannaale e oltre 100 militari del Kenya a El-Adde.

L’Etiopia è uno dei cinque Paesi che contribuiscono alla missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) composta da 22mila unità. Questa è la prima volta che una base militare etiope viene attaccata dai fondamentalisti islamici.

I soldati di Addis Abeba facevano parte del contingente dell’Amisom, forza multinazionale africana impegnata dal 2007 (con l’approvazione della Nazioni Unite) nel difficile compito di  ristabilire la sicurezza in Somalia, devastata da oltre due decenni di guerra civile. In particolare, la missione ha l’incarico di sostenere strutture di governo di transizione, attuare un piano di sicurezza nazionale, addestrare le forze di sicurezza somale e contribuire a creare un ambiente sicuro per la consegna di aiuti umanitari.