Lo spread Btp-Bund oggi è sceso sotto i 100 punti base. L’ultima volta che era stato sfondato questo muro era il maggio del 2010, quando l’Europa non aveva ancora raggiunto la fase più acuta della sua crisi del debito – e Angela Merkel e Nicolas Sarkozy non avevano ancora deciso di far di far pagare parte della ristrutturazione del debito greco anche ai privati.

Una decisione che rappresenterà la genesi della crisi di credibilità della zona Euro. Al quadro manca anche un altro elemento: la progressiva perdita di credibilità del governo Berlusconi che farà schizzare lo spread a 570 punti il 9 novembre del 2011, provocando l’arrivo di Mario Monti.

In questo arco di tempo si sono succeduti tre presidenti del consiglio che hanno influito poco sulla situazione. Ben più di loro sono state decisive le scelte delle Banche centrali – dalla Fed, alla Banca d’Inghilterra e a quella del Giappone e ora alla Bce.

Fra una settimana inizierà il piano di Quantitative easing della Bce. Verranno acquistati 60 miliardi di euro al mese per un totale di 1.100 miliardi in due anni. Di titoli pubblici con i requisiti richiesti non ce ne sono molti, e quindi la Bce potrebbe non utilizzare tutti i soldi stanziati.

Ma come spesso accade in questi casi quello che conta sono le aspettative – a cui sta contribuendo anche il sistema di vigilanza unico.
E a questo quadro bisogna dire che – ci piaccia o no – ha contribuito anche il governo Renzi, perché ha fatto alcune riforme che l’Italia e non solo stava attendendo da anni, come quella del mercato del lavoro, dando l’impressione che l’Italia stia cambiando in meglio – soprattutto all’estero.

Cosa cambia per il nostro paese il superamento del muro dei 100 punti di spread? Meno soldi per il pagamento degli interessi e più soldi per l’economia reale. Ma non solo. Si aumenta la pressione sui proprietari di capitali perché li investano nell’economia reale. Una riduzione di cento punti dello spread è stato misurato che produca un risparmio in termini di interessi di 4 miliardi di euro.

Questo vuol dire che nel giro di quattro anni abbiamo ridotto la nostra fattura per interessi di una cifra compresa tra i 16 ed i 20 miliardi di euro. Attenzione però, basterebbe poco per far cambiare in peggio la situazione, da una perdita di stabilità politica in Italia ad una nuova crisi greca.