Si sta molto discutendo interno al tema della stepchild adoption, inserito nel Ddl Cirinnà sulle unioni civili che sta spaccando in due il Pd, che lo ha fatto diventare un punto del programma del partito, e che verrà discusso in Senato dal 28 gennaio.

Le associazioni Lgbti italiane hanno già promesso una dura battaglia nel caso il meccanismo adottivo della stepchild adoption venga stralciato o modificato sensibilmente nella legge, vedendolo come un passo importante per il pieno riconoscimento dei diritti civili (è anche in programma un presidio davanti al Senato fino all’avvenuta approvazione della legge).

Ma di cosa si parla quando si cita la stepchild adoption? In molti Paesi di tutto il mondo la pratica è già diffusa e a tutti gli effetti non riguarda solo coppie dello stesso sesso.

L’istituto già esistente in Italia infatti prevede l’adozione, con tutti i diritti e doveri del caso, del figlio di un membro della coppia da parte dell’altro. Il Tribunale dei minori segue il caso, verificando il consenso del genitore biologico (se ancora in vita, in caso di divorzio o separazione, escludendo dunque la morte o la perdita della patria potestà), l’idoneità del nuovo genitore e il consenso o l’opinione dello stesso figlio.

La stepchild adoption è stata permessa fino al 2007 solo alle coppie sposate da almeno tre anni, ma da questa data è stata aperta ai conviventi che hanno costituito una coppia di fatto della durata di almeno tre anni, sposati però al momento della richiesta.

In tutti questi casi nostrani si sta parlando solo ed esclusivamente di coppie eterosessuali e proprio questo punto è particolarmente dolente per la comunità Lgbti: l’assenza di questo istituto, sia nel caso di costituzione di un nucleo che comprenda un figlio avuto in precedenza da uno dei due membri, sia per quanto riguarda la procreazione assistita eterologa nega diritti e doveri al genitore “di fatto” non biologico, con conseguenti problemi in caso di decesso dell’altro o circostanze similari.

Tra i limiti importanti della stepchild adoption c’è però la mancata entrata del figlio adottato dal genitore non biologico nella sua linea famigliare: ciò vuol dire che nonni, zii, cugini adottivi non sono giuridicamente riconosciuti.

I membri della frangia cattolica del Pd hanno poi proposto di sostituire la stepchild adoption con una forma di affido rafforzato, che possa durare fino al compimento dei 18 anni del bambino, dopo di che il ragazzo ormai cresciuto possa scegliere se essere adottato (scelta da fare in anticipo nel caso di morte del genitore biologico). Lo status dell’affido è però diverso da quello dell’adozione, avendo carattere temporaneo e rinnovabile ma non stringente: a tutti gli effetti al genitore non biologico è data la possibilità di rinunciare all’affido qualora lo ritenesse necessario.

In altri Paesi, come si è già detto, l’adozione piena da parte di coppie omosessuali privi di legami biologici con i bambini è già possibili. Tra i tanti ci sono: Argentina, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Groenlandia, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Israele, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Sud Africa, Spagna, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Uruguay.

Svizzera, Germania, Estonia e Slovenia hanno provveduto ad attivare solo la stepchild adoption. In Italia al momento esiste un unico precedente legale: il Tribunale dei Minori di Roma, infatti, nel 2014, ha dato il suo benestare all’adozione da parte di una donna della figlia naturale della partner. Le due avevano contratto matrimonio in Spagna e poi avevano avuto un bambino tramite procreazione eterologa assistita.