L’intelligenza artificiale da sempre affascina e spaventa l’uomo, complice anche un’iconografia cinematografica che, da mezzo secolo, rappresenta le macchine senzienti come un’incombente minaccia per il genere umano. Ma quando il dibattito si sposta dai set di Hollywood ai salotti della scienza, la paura diventa più tangibile e giustificata. A parlarne è nientemeno che Stephen Hawking, una delle voci più autorevoli in materia, il quale ha spiegato come lo sviluppo di un’intelligenza artificiale completa possa segnare la fine del genere umano.

La ricerca sull’intelligenza in bit ha visto negli ultimi anni un’accelerazione mai vista, complici tutti quei servizi che sono in grado di anticipare un bisogno dell’utente, dalla tastiera predittiva per lo smartphone alla casa smart. Si tratta di tecnologie certamente utili e altrettanto innocue, eppure non sono altro che il primo passo verso dispositivi che saranno in grado di pensare autonomamente. E non vi è nemmeno bisogno di ricorrere alle catastrofi di hollywoodiana memoria per comprendere quanto il rischio sia tangibile, poiché proprio il cinema ha dimostrato come l’intelligenza artificiale possa distruggere l’uomo senza necessariamente ricorrere alla violenza. Basti pensare a “Lei“, il gettonato film con Joaquin Phoenix, dove la tecnologia colpisce dove l’uomo è più vulnerabile: i sentimenti.

Intervistato dalla BBC, il fisico affetto da sclerosi laterale amiotrofica ha sostenuto che «lo sviluppo di un’intelligenza artificiale completa potrebbe inaugurare la fine della razza umana». Per quale motivo? Poiché sarebbe in grado di riprogettare se stessa, a una velocità troppo elevata per gli standard umani, mettendo a rischio la vita di milioni di persone qualora decidesse di considerarne i creatori come dei nemici.

L’evenienza di un dispositivo pensante, in grado di operare scelte autonome e di sfruttare le proprie capacità di calcolo con l’autodeterminazione tipica dell’uomo, è comunque ancora molto distante nel tempo. Proprio perché si è agli albori, tuttavia, andrebbe imbastito un contesto condiviso per definire fino a dove ci si spossa spingere nello sviluppo e nella produzione dei prodotti di domani, per evitare delle conseguenze che potrebbero essere state sottostimate o affatto valutate. Nel frattempo, Hawking ha deciso di concentrarsi sulla tecnologia amica, come quella sviluppata con Intel che gli permette di parlare. E la nota che ne emerge è assolutamente distensiva: nonostante le possibilità software e hardware odierne, lo scienziato ha deciso di mantenere quella voce robotica che lo contraddistingue da anni. «È diventata il mio marchio e non la cambierei per una voce più naturale con un accento inglese. Mi hanno detto come i bambini che hanno bisogno di una voce artificiale ne desiderino una come la mia.»

Fonte: BBC

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