Potrebbe essere questa la madre di tutte le battaglie, quella per tagliare gli stipendi dei dipendenti del Parlamento, intesi soprattutto come i funzionari di alto livello. Il segretario generale della Camera dei deputati attualmente ha uno stipendio lordo annuo di circa 406.000 euro. Tanto per fare un confronto, il presidente degli Stati Uniti guadagna 400.000 dollari lordi, che ne comprendono 50.000 per le spese; circa 312.500 euro, al cambio attuale; quasi centomila euro in più. E le responsabilità decisamente non sono le stesse, neanche nella fantasia più selvaggia.

I presidenti delle due camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, hanno predisposto un articolato piano di tagli che dovrebbe consentire un risparmio (a regime nel 2018) di 60 milioni di euro per la Camera dei deputati e di 36 milioni per il Senato. I due organismi hanno in organico rispettivamente 1.600 e 799 dipendenti.

Il 18 settembre era in programma un incontro tra i vicepresidenti e i rappresentanti delle 10 sigle sindacali della Camera e delle 13 del Senato. Alcuni (Cgil) non si sono nemmeno presentati; gli altri hanno respinto totalmente il piano. La rivolta è totale. C’è da attendersi una valanga di ricorsi e chissà quante manovre da guerriglia sotterranea.

Non stiamo parlando di cifre da operai. Anche dopo la riduzione, i consiglieri incasserebbero 270mila euro netti, gli stenografi 170mila (quale segretaria di azienda privata ha mai guadagnato tanto per annotare le lettere dettate dal capo?), fino a scendere ai commessi, il cui tetto sarà di 99.000 euro all’anno. Attualmente il 40% dei dipendenti supera i tetti massimi previsti dal piano. Le nuove retribuzioni dovrebbero avere tagli dal 25% al 40%. Magari anche qui i sindacati invocheranno l’articolo 18.

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