Nel corso della storia, numerosi furono i tentativi di risolvere il problema degli spostamenti quotidiani: il primo di questi si attribuisce agli antichi cinesi che già nel 206 a.C. pare avessero costruito un rudimentale veicolo a due ruote, fatto di legno e bambù, sul quale il conducente si sedeva dopo avergli dato una buona spinta; altri sostengono invece che la storia della bicicletta nasca con Leonardo da Vinci, nel cui Codice Atlantico è inserito uno schizzo di velocipede – datato intorno al 1493 – con sella sull’asse posteriore, ruote di uguale grandezza, trasmissione a catena e demoltiplica (tecnologia che verrà introdotta solo intorno al 1885). Un disegno eccezionale, ma che purtroppo è  rimasto segreto per oltre 500 anni e la cui paternità  non è mai stata  provata, facendo ancora discutere gli studiosi.

La successiva apparizione di un mezzo simile alla nostra odierna bicicletta risale al 1791, a Parigi, dove nacque il Celerifero,  una specie di monopattino con due ruote uguali, un asse di legno longitudinale che fungeva anche da sella, senza sterzo e spinto con i piedi (entrambi contemporaneamente o a colpi alternati). La sua invenzione è stata attribuita al Conte Mede de Sivrac, che però non la brevettò, lasciando così che numerosi artigiani vi apportassero le più bizzarre “migliorie” rendendola simile a quei modelli che ancor oggi si vedono nelle giostre. Nonostante, o grazie, alla galoppante fantasia di quest’ultimi il Célerifère, ribattezzato poi Vélocifère (1793), divenne molto popolare a Parigi, soprattutto come curiosità e passatempo per adulti.

“Le crisi generano grandi opportunità” recita un famoso motto, ci spostiamo così nella Germania nel 1816, reduce da due stagioni devastanti per i raccolti: ebbene quella fu la grande opportunità della bicicletta. Il suo inventore, Karl Drais (per la precisione, il barone Karl Christian Ludwig von Drais de Sauerbrun, prima che rinunciasse al titolo in nome della democrazia) nacque a Karlsruhe, una grande città della Germania sud-occidentale, nel 1785. Studiò architettura, fisica e agricoltura a Heidelberg. Finiti gli studi, lo avrebbe atteso una carriera nel corpo forestale, ma a soli 26 anni Drais, già stufo di quella vita, cominciò a dedicarsi alla sua vera passione, quella dell’inventore! Quando, nel 1815, il vulcano indonesiano Tambora si mise a fumare, l’Europa andò incontro a un’estate (quella dell’anno successico) particolarmente rigida: in Germania nevicò copiosamente, i raccolti di avena andarono perduti e nei mesi successi i cavalli vennero lasciati morire di fame. Drais realizzò quindi il suo cavallo meccanico, brevettandolo il 17 febbraio 1818 con il nome di Laufmaschine (macchina da corsa): un veicolo a due ruote (di uguale grandezza e disposte in asse), provvisto di sella imbottita e un manubrio per sterzare montato nella parte anteriore, ma privo di pedali, freno e trasmissione a catena. Adesso si poteva cambiare direzione, ma non ancora sollevare i piedi da terra, tanto che il suo funzionamento si avvicinava più a quello di un monopattino piuttosto di una bicicletta come la intendiamo noi moderni. Nonostante ciò, la Laufmaschine di Drais è considerata il suo primo vero antenato.

La prima prova su strada avvenne il 12 giugno 1817; migliore prestazione: 14,5 chilometri orari. Non solo siamo lontani dalle performance dei cavalli ma, al momento di mettere il veicolo in commercio, la produzione di avena era in ripresa e il suo prezzo dimezzato. Una vera sfortuna per la Draisina (come la ribattezzarono i francesi), che, ancora una volta, divenne un bizzarro, sofisticato giocattolo per gli aristocratici. In Inghilterra, dove ebbe maggiore successo, la draisienne venne chiamata hobbyhorse o dandyhorse (cavallino), e proprio qui, Dennis Johnson ottenne nel 1819, a nome di Drais, brevetti sulla sua invenzione: ne progettò quindi una versione da donna e una in ferro, migliorando il supporto dell’asse dello sterzo. Diminuendone l’attrito, il meccanismo di sterzo poteva anche servire a mantenere il veicolo in equilibrio e, teoricamente, consentire al ciclista di sollevare i piedi da terra potendo mantenersi in equilibrio con la sola manovra dello sterzo.

Nel corso degli anni furono poi innumerevoli i tentativi di migliorarne stabilità e prestazioni: nel 1861, dieci anni dopo la morte di Drais, il francese Ernest Michaux aggiunse i pedali e, qualche anno più tardi, i freni; nel 1869 gli inglesi James Starley e William Hillman inventarono la nota versione della bicicletta con un’enorme ruota anteriore e una molto piccola posteriore; nel 1879 si ritorna poi al modello originario grazie a Harry John Lawson, che aggiunse anche la trasmissione a catena; nel 1885 Gottlieb Daimler creò la prima bicicletta a motore e, sempre negli anni Otttanta, John Dunlop, Édouard Michelin e Giovanni Battista Pirelli ne migliorano le prestazioni delle gomme.

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