La Procura di Milano avrebbe confermato l’alibi di Abdelmajid Touil, il 22enne marocchino che era stato arrestato due giorni fa a Gaggiano con l’accusa di essere uno dei responsabili della strage al museo Bardo di Tunisi.

Stando alle dichiarazioni di parenti e insegnanti sarebbe stato impossibile per il ragazzo trovarsi in territorio tunisino in quei giorni, in quanto nel giorno precedente e successivo all’attentato Touil aveva frequentato le lezioni di italiano di una scuola di Trezzano sul Naviglio.

A corroborare tali affermazioni ci sarebbero le testimonianze degli altri allievi e dei docenti, ma sopratutto il registro di classe che è stato requisito dagli investigatori. Il giovane marocchino, che aveva preso a frequentare la scuola da poco, seguiva due lezioni alla settimana: il documento prelevato attesterebbe la sua partecipazione nelle intere giornate di giovedì 19 marzo che lunedì 16.

Il sindaco di Trezzano, Fabio Bottero, non si spiega però come il ragazzo, che aveva ricevuto un decreto di espulsione, abbia potuto iscriversi in un istituto scolastico senza fornire alcun documento valido.

Ulteriore indizio a favore di Touil sarebbe anche un quaderno, ancora non esaminato dagli inquirenti, su cui il ragazzo avrebbe preso appunti. In questo caso sarebbe necessaria una perizia calligrafica per attestare che la scrittura con cui sono vergate le pagine appartenga proprio al presunto terrorista.

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha assicurato che le indagini si stanno concentrando sulla verifica dell’alibi fornito per assicurare il rispetto dei diritti di un indagato che, fino a prova contraria, è da presumersi innocente.

Le autorità tunisine però insistono e secondo le ipotesi della polizia Touil sarebbe un trafficante d’armi che era riuscito a smistare materiale dalla Libia in previsione dell’attentato. In effetti l’alibi del corso di italiano per straniero coprirebbe solo i giorni immediatamente precedenti l’attacco al museo, e le autorità italiane si riservano ogni considerazione fino a che non avranno modo di confrontare le impronte digitali dell’accusato con quelle trovate sulla scena del crimine dai tunisini.