Era il 23 maggio 1992, una data che allora sarebbe stata conosciuta come quella della strage di Capaci, quando lo svincolo di Capaci sull’autostrada 29 si trasformò in un avamposto dell’inferno sulla terra.

572 i kg di esplosivo che fecero saltare in aria l’automobile del magistrato Giovanni Falcone, insieme alla sua scorta: nell’attentato persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Oggi quell’evento che viene interpretato come un disperato tentativo da parte di Totà Riina di riprendere in mano la leadership di Cosa nostra: ucciderne il principale nemico per aumentare la propria credibilità agli occhi delle altre famiglie.

A parlare di quei momenti terribili sono gli agenti scampati miracolosamente alla strage. Angelo Corbo ricorda un “un grosso botto, uno spostamento d’aria, una deflagrazione. Mi sono sentito catapultare in avanti. Uscendo si è capito della gravità della situazione, la voragine purtroppo era ben visibile. Ci siamo avvicinati alla macchina del dottor Falcone mettendoci intorno per non fare avvicinare nessuno. L’auto era praticamente in bilico su quel cratere con la parte anteriore che sembrava mancante. Non riuscivamo a estrarre né Falcone né la dottoressa Morvillo, altre persone sono venute in aiuto. Ricordo che non riuscivamo ad aprire gli sportelli, specialmente quello del dottor Falcone che era bloccato. Dalla parte della dottoressa Morvillo invece c’era il vetro sradicato, e con l’aiuto di volontari l’abbiamo tirata fuori dall’abitacolo. Intanto l’auto di Falcone stava prendendo fuoco, allora ci siamo attivati per spegnere questo principio d’incendio. Il dottor Falcone era in vita, non so dire se era cosciente, perché purtroppo con il vetro blindato non si sentiva nulla, comunque era vivo”.

Il magistrato sarebbe poi morto insieme alla moglie dopo essere stato ricoverato d’urgenza in ospedale, per l‘emorragia interna causata dalla devastante onda d’urto dell’esplosione.

Oggi il Presidente della Repubblica ha voluto ricordare Giovanni Falcone come “un punto di riferimento, in Italia e all’estero, per chiunque coltivi il valore della legalità e quello della civiltà della convivenza”, ribadendo anche “la fondamentale importanza dell’azione di contrasto alla mafia, svolta dall’Autorità giudiziaria e dalle Forze dell’ordine”.

Sergio Mattarella ha ricordato le convinzioni che informarono la vita del magistrato: “Diceva che la mafia non è affatto invincibile e che occorre, piuttosto, rendersi conto che si tratta di un fenomeno terribilmente serio e molto grave. Aggiungeva che ‘si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando tutte le forze migliori della società’. Come interprete, e capofila, di queste energie migliori, ha svolto, con coraggio e determinazione, la sua opera.”