Proseguono le indagini intorno alla terribile strage di Orlando avvenuta nella notte di domenica nei locali della discoteca gay Pulse, e si delinea in modo più nitido l’identikit del killer Omar Mateen, il 50esimo morto nel massacro da lui stesso compiuto.

Il capo della polizia di Orlando ha infatti affermato che il29enne, americano ma dai genitori di origine afghana, sarebbe stato in grado di continuare a uccidere altre persone se la polizia non lo avesse fermato.

Mateen infatti si era chiuso in bagno con alcuni ostaggi e sarebbe stato pronto a fare nuovamente fuoco. Nella sua auto è stata rinvenuta una terza arma da fuoco, che va ad aggiungersi al fucile d’assalto a alla pistola semi-automatica utilizzate nell’attentato.

Oltre all’ambiente famigliare le autorità indagano anche sulle frequentazioni di Mateen. Gli investigatori hanno infatti fermato Marcus Dwayne Robertson, predicatore noto a Orlando dai frequentatori dell’islamismo radicale. Ex marine, che in passato ha frequentato il carcere e che ha fondato una gang criminale, Robertson si è convertito e ha iniziato a predicare sul web dopo essere uscito di prigione. Proprio a uno dei suoi corsi si sarebbe iscritto il giovane Mateen prima del suo folle gesto.

Nel frattempo si intensificano i legami, al momento solo presunti, che l’attentatore avrebbe intrattenuto con l’Isis. Anche la radio ufficiale dello Stato Islamico, al-Bayan, ha infatti diffuso la rivendicazione del massacro, descrivendo Omar come un martire del Califfato negli Stati Uniti. Tuttavia la polizia sta ipotizzando in queste ultime ore che la radicalizzazione del ragazzo possa essere stata autonoma.

Le polemiche sulla facilità di acquisizione delle armi in America sembrano essersi almeno parzialmente placate dopo che i media locali hanno confermato che Mateen era impiegato presso la G4, una società che si occupa di sicurezza, dove lavorava come guardia giurata. L’uomo, che ultimamente prestava servizio presso un ospizio nel sud della Florida, avrebbe dunque avuto un canale privilegiato di accesso alle armi da fuoco poi effettivamente utilizzate.

A essere nell’occhio del ciclone è però l’FBI, dopo che il dirigente della sede locale di Orlando, Ron Hopper, ha affermato che l’agenzia investigativa americana avrebbe già tenuto d’occhio il giovane dal 2013, quando erano stati riportati commenti infervorati sul posto di lavoro  a proposito del tema del terrorismo, facendo sorgere il sospetto che questi potesse avere dei legami con alcune organizzazioni.

Interrogato per due volte, tenuto sotto stretta sorveglianza e controllati i documenti, gli agenti dell’FBI hanno poi dismesso il suo caso in quanto non erano state trovate prove sufficienti per portare avanti delle accuse. L’anno successivo un suo labile contatto con un attentatore suicida venne fatto oggetto di indagini, ma anche in quel caso non si pervenne a prove definitive.

A far discutere è però la facilità estrema con cui un uomo che era già stato al centro di due indagini abbia potuto procurarsi delle armi in modo così veloce, e sopratutto legale, nonostante le tante segnalazioni, riguardanti anche il suo rapporto violento con la ex moglie, che lo ha descritto come una persona instabile e forse affetta da disturbo bipolare.