All’alba del 10 agosto del 1944, quindici tra partigiani e antifascisti furono prelevati dal carcere milanese di San Vittore, trasportati in Piazzale Loreto e qui barbaramente fucilati da un plotone di esecuzione formato da militanti fascisti del gruppo Oberdan, su ordine del capitano delle SS Theodor Saevecke. I corpi, ammucchiati l’uno sull’altro, furono lasciati sulla strada dalle 6.10 del mattino, ora esatta dell’esecuzione, fino a pomeriggio inoltrato, esposti all’umiliazione del caldo, delle mosche e degli insulti della soldataglia della Legione autonoma mobile. La Strage di Piazzale Loreto fu la rappresaglia nazista per un attentato bombarolo compiuto due giorni prima in viale Abruzzi contro un camion delle forze di occupazione, nel quale morirono sei milanesi e nessun tedesco.

Il bando Kesserling, lo stesso alla base dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, stabiliva che per ogni tedesco ucciso si dovessero giustiziare dieci italiani; eppure, nonostante non ci fossero state vittime tra le forze d’occupazione (e nonostante non fosse nemmeno chiaro che la Resistenza c’entrasse qualcosa con l’attentato), Saevecke optò ugualmente per il pugno di ferro. Fu lui stesso a compilare la lista dei quindici uomini, tutti antifascisti e partigiani, da consegnare alla giustizia sommaria del plotone d’esecuzione. Inutilmente Piero Parini, prefetto di Milano, tentò di opporsi alla sconsiderata decisione del gerarca. Perfino Benito Mussolini, a strage avvenuta, si trovò a protestare con l’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn per quei metodi che “offendevano la naturale mitezza degli italiani”. Il duce aveva intuito che simili massacri avrebbero potuto non soffocare i sentimenti che animavano la Resistenza, bensì esaltarli. Disse al vice-capo della Polizia della Repubblica Sociale: “il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro“. Meno di un anno dopo furono il suo corpo e quello della compagna, Claretta Petacci, a essere scaricati sul selciato della stessa piazza milanese.

Come molti altri di quell’epoca, l’eccidio del 10 agosto di 70 anni fa rimase impunito. Il suo principale responsabile, Theodor Saevecke, non subì mai alcun processo in patria; anzi, dopo la fine della guerra fece una brillante carriera come uomo CIA e come vicedirettore dei servizi di sicurezza della neonata Repubblica Federale. Nel giugno del 1999, grazie alla documentazione ufficiale rinvenuta nel corso del processo Priebke, il Tribunale militare di Torino lo ha riconosciuto colpevole della strage di Piazzale Loreto, condannandolo in contumacia all’ergastolo, ma la Germania rifiutò l’estradizione, annunciando tuttavia di voler aprire a sua volta un procedimento nei confronti dell’ex capitano delle SS, che nel frattempo si stava godendo la pensione nel centro termale di Bad Rothenfelde. Ma la morte fu più veloce: Saevecke morì nel dicembre del 2000, a 93 anni, senza aver mai pagato per i suoi crimini.

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