Una ferita storica che non potrà mai guarire quella della strage di Via D’Amelio dove, esattamente 21 anni fa, persero la vita il giudice anti-mafia Paolo Borsellino, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, e la sua scorta. L’attentato avvenne solo due mesi dopo la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, amico e collega di Borsellino, segnando uno dei momenti più bui nella lotta alla mafia.

L’esplosione, avvenuta in via Mariano D’Amelio dove viveva la madre di Borsellino e dalla quale il giudice quella domenica si era recato in visita, avvenne per mezzo di una Fiat 126 contenente circa 100 chilogrammi di tritolo. Secondo gli agenti di scorta, via d’Amelio era una strada pericolosa, che poteva essere facilmente presa di mira da malintenzionati, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.

Oltre a Paolo Borsellino, morirono il caposcorta Agostino Catalano e gli agenti Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione, in gravi condizioni. La bomba era radiocomandata a distanza ma non è mai stata definita l’organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui.

Sul luogo della strage giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze. Dopo l’attentato, l’agenda che il giudice portava sempre con sé e dove era solito annotare le informazioni sulle indagini, diventata famosa come “l’agenda rossa” dal suo colore, non venne più ritrovata.