Quella terribile sera del 14 luglio un gruppo di 75 ragazzi italiani del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino era a Nizza per la summer school organizzata con l’ateneo francese.

In particolare 11 studenti erano usciti insieme e si erano fermati a cenare nelle vie interne della città, per poi avere il tempo di raggiungere Promenade des Anglais ed assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio. Carlotta Benna, una giovane ragazza di 21 anni, ha così raccontato a “L’Espresso” quei momenti di terrore non appena arrivati sul lungomare della città, pochi attimi dopo l’attentato:

“Ci siamo trovati in mezzo a una marea umana impazzita che correva in tutte le direzioni. Non capivamo cosa stesse succedendo. Solo urla e pianti. Un uomo ci ha mimato un mitra per segnalarci il pericolo. Ci siamo messi a correre anche noi, cercando di non lasciare indietro nessuno. Non sapevamo dove andare“.

Per ripararsi i ragazzi hanno trovato rifugio in un palazzo con una vetrata dove un ragazzo tunisino li ha invitati a salire nel suo appartamento al terzo piano per mettersi al sicuro. Il piccolo grande eroe si chiama Hamza Bayrem, un imbianchino di 29 anni con una moglie incinta ed un bimbo di due anni. Inizialmente i ragazzi, rimasti in 8, hanno titubato pensando fosse una trappola, per poi capire che l’uomo voleva solo fare il possibile per loro, così come ha continuato a raccontare Carlotta:

“Non nascondo che eravamo molto diffidenti. Arrivati al piano ci ha aperto la porta di casa. Non abbiamo però trovato il coraggio di entrare. Non ci fidavamo abbastanza, abbiamo preferito restare nel corridoio. [...] Allora lui ci ha portato sedie, coperte, acqua, cioccolato. Ci ha offerto qualsiasi cosa ci servisse. Molte di noi erano agitate e continuavano a piangere. Si sono tranquillizzate solo quando si è presentato il bimbo di due anni e si messo a giocare in mezzo a noi. Abbiamo capito che eravamo al sicuro. Che ci potevamo fidare e siamo quindi entrati in casa“.

Un gesto di puro altruismo e umanità quello di Hamza che ha ospitato gli studenti fino alle due di notte. Dopo qualche giorno i ragazzi sono tornati in quella casa per ringraziare l’uomo che le aveva tratti in salvo e lui, da musulmano, ha voluto così specificare quanto il gesto atroce del terrorista non abbia nulla a che fare con la sua religione:

“Non abbiamo fatto nulla di straordinario, quelle ragazze avevano rischiato la vita e dovevano essere protette. Lo avrebbe fatto chiunque. [...] Non sapete quanto mi abbia ferito ciò che è successo. Io e mia moglie siamo musulmani praticanti e ciò che è avvenuto non può in nessun modo rappresentare l’islam. Giovedì sono morti tanti esseri umani, nostri fratelli. Abbiamo perso degli amici. Non c’entra la nazionalità o la religione, siamo tutti umani. E giovedì abbiamo perso tutti tante persone. Non si può uccidere per l’islam. La religione ci chiede clemenza. Anche verso gli animali, figuriamoci verso le persone. E sono io a rappresentare l’islam, non l’autista di quel camion“.