“Qualche cazzata, qualche cazzatina, la facciamo anche noi…”. Prendiamola di petto: il problema di Roma è proprio questo. I cittadini non ne possono più di “cazzate e cazzatine”. Specie quando coinvolgono tribunali, ricchi compensi, assessorati e posti di vertice dallo scivoloso pedigree. Producendo criminalità, caos trasporti, degrado. Quello che è accaduto in questi tre mesi – due dall’insediamento e appunto 90 giorni dalla schiacciante conquista del Campidoglio – è che, al di là di ogni tifoseria, la Capitale non ha una giunta in piena operatività.

È una frase di Beppe Grillo, quella sopra. Pronunciata ieri da un palco di Nettuno, occasione forzosa per tentare di rimettere insieme i cocci di un’estate d’improvvisazione sulla piazza in cui, questo è chiaro, il Movimento 5 Stelle si gioca una buona fetta di credibilità nazionale. Un’improvvisazione di cui si è macchiato anche l’atteggiamento del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Il comico è sceso da Genova, non certo sull’onda dell’entusiasmo, per salvare capra e cavoli nel gioco a somma zero che si è creato intorno alla figura della sindaca Virginia Raggi, di alcuni assessori (Paola Muraro all’Ambiente su tutti) e di alcuni funzionari. Il bilancio è un “avanti ma sotto tutela rafforzata”. Anche perché la precedente non è che abbia funzionato troppo bene.

Certo, al netto delle scelte inadeguate – che porteranno a un cambio di destinazione, non a un allontanamento, di Salvatore Romeo e Raffaele Marra – rimane una sensazione di fondo: capire cioè quanto di questa crisi neonatale si sia sviluppata intorno a una richiesta di autonomia della prima cittadina. La questione autentica è infatti uno sviluppo di questa domanda. E il rischio per la Capitale è enorme, anche se sempre inferiore a quelli corsi con le precedenti amministrazioni, seppure di diverso sapore: diventare il terreno di scontro fra le correnti e le diverse sensibilità interne al Movimento, solo in parte riappiccicate (non rappacificate) l’una all’altra da un comizio di fine estate, anticipato da un incontro segreto in campagna.

È il destino di ogni associazione, di ogni gruppo, di ogni partito, di ogni movimento umano. Lo dice la scienza politica, lo conferma la diretta esperienza di ciascuno di noi nelle più infinitesimali avventure personali. A un certo punto – specie in coincidenza di scelte forti o responsabilità da assumersi – ci si divide, le strade si allontanano e occorre una leadership forte che delle diverse posizioni si arricchisca senza farsene schiacciare.

Raggi continua intanto la sua comunicazione top down – sì, è top down anche se passa dai social - senza possibilità di contraddittorio da parte della stampa. Lo ha fatto ieri con un video pubblicato sul blog di Beppe Grillo e sulla sua pagina Facebook (perché mai non sui canali istituzionali del comune?) . “Lo dico chiaro a tutti: saranno i pm a decidere se c’è una ipotesi di reato o si va verso una richiesta di archiviazione. Non i partiti o qualche giornale. Intanto, l’assessore deve continuare ad impegnarsi per ripulire la città. E si metta fine alle polemiche”.

L’errore di prospettiva e di comunicazione è proprio questo: quelle polemiche sono arrivate da ambienti interni, gli stessi per esempio che hanno fatto circolare sms ed e-mail di Di Maio. A proposito: i giornali raccontarono e, in tempi non sospetti, denunciarono tutto il marcio di Roma Capitale, contrariamente a quanto ha tuonato ieri sera un disperato vicepresidente della Camera per scrollarsi di dosso le ombre di ingenuità e falsità per aver saputo ma taciuto dell’indagine in corso su Muraro.

Il quadro non è ne migliore né peggiore rispetto a qualche giorno fa. L’intervento di Grillo è quello di un garante che mette pezze e cerotti ma le ferite non si rimarginano così in fretta. Anche perché alcune ferite servono, devono sanguinare. Non si ricuciranno quelle relative alle dimissioni degli assessori e alle indagini su Muraro (e se quell’avviso di garanzia arrivasse davvero?) né tanto meno quelle relative alla situazione reale della Capitale. La città più bella del mondo precipitata – anche e soprattutto per responsabilità di chi la abita, non solo di chi l’ha male amministrata – nella situazione più brutta possibile. Il tempo è scaduto da un pezzo e, per ora, la nuova (dis)giunta ci ha messo un pezzettino di responsabilità.