La morte di Brittany Maynard, la 29enne americana che ha deciso di porre fine alla sua vita e alle sue sofferenze dopo aver scoperto di avere un tumore al cervello incurabile, ha generato, come sempre in questi casi, due reazioni distinte: la commozione del mondo e la condanna del Vaticano. La porporata reprimenda è stata affidata alle parole di monsignor Ignacio Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia Pro Vita – il comitato etico della Santa Sede – che all’ANSA ha così commentato:

Il suicidio assistito è un’assurdità, la dignità non è mettere fine alla propria vita. Non giudichiamo le persone, ma il gesto di Brittany è da condannare, anche se quello che è successo nella coscienza noi non lo sappiamo, è come un santuario in cui non si può entrare. Riflettiamo sul fatto che e un giorno si portasse a termine il progetto per cui tutti i malati si tolgono la vita, questi sarebbero abbandonati completamente: il pericolo è incombente perché la società non vuole pagare i costi della malattia e questa rischia di divenire la soluzione

Fermo restando che il monsignore fa il suo lavoro e che sarebbe (ahinoi) inutile attendersi una qualche apertura più che medievale in materia di trattamento di fine-vita da parte della Chiesa, ci permettiamo di consigliargli maggior prudenza perlomeno per ciò che riguarda la scelta delle parole. Affiancare nella medesima frase due concetti come la volontà di non giudicare e la volontà di condannare è un capolavoro di ironia paradossale, un non sequitur da leccarsi i baffi, specialmente perché proviene da un rappresentante di spicco della religione del perdono per antonomasia.

Ancor meno sensata, se possibile, è la seconda parte del discorso: Carrasco de Paula parla di un “progetto”, come se si trattasse di una macchinazione oscura volta allo sterminio eugenetico dei meno adatti; quando, in realtà, l’unico obiettivo di chi si batte per il suicidio assistito è quello di restituire a ciascun individuo la libertà di poter disporre pienamente del proprio corpo.

Da un lato la coercizione di chi vuole imporre a tutti un proprio punto di vista; dall’altro l’autodeterminazione della propria esistenza. Che gli schieramenti, almeno loro, non siano ingannevoli.