Polizia penitenziaria nell’occhio del ciclone, dopo che il suicidio in carcere tramite impiccagione di un detenuto romeno di 39 anni, avvenuto venerdì scorso nel penitenziario di Opera, è stato salutato da una serie di commenti deliranti da parte di alcuni agenti carcerari e rappresentanti sindacali sulla pagina Facebook del sindacato Alsippe. Come riporta Repubblica, a corredo della notizia condivisa dagli amministratori della pagina sono apparse amenità del tipo: “Un rumeno in meno“,  ”Speriamo abbia sofferto“, “Chi se ne frega“, “Mi spiace per i colleghi che si suicidano per soggetti come questo, non per lui“, e via andare. Il suicida si chiamava Ioan Gabriel Barbuta ed era stato condannato all’ergastolo nell’estate del 2013 per aver ucciso un suo vicino di casa.

Il Dap, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, ha condannato severamente l’accaduto, definendolo “un’offesa al lavoro di tutti gli agenti penitenziari“, e ha immediatamente aperto un’inchiesta interna, che dovrà in primo luogo accertare che i commenti denunciati sono stati effettivamente pubblicati da agenti e rappresentanti sindacali, e quindi procedere alle eventuali sanzioni. Anche la sigla sindacale sarà chiamata a dimostrare che quei commenti non corrispondono alla sua posizione in merito.

La condizione delle carceri italiane

Paradossalmente, uno dei commenti incriminati (“Uno de meno, ché lo stato non c’ha soldi per magnà“) ha centrato il problema, che poi è sempre lo stesso: l’intollerabile condizione delle carceri italiane.  Come sottolinea Donato Capece, segretario di un’altra sigla sindacale di polizia penitenziaria (Sappe), solo nel 2014 nel carcere milanese di Opera si sono registrati un suicidio, quattro suicidi tentati e 35 episodi di autolesionismo: un sintomo evidente “dell’invivibilità della vita nelle celle“, soprattutto quando ai detenuti non viene concessa la possibilità di lavorare.

La Corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, quello riguardante la tortura e i trattamenti inumani e degradanti; presto, tuttavia, potrebbe tornare alla carica per quanto riguarda la condizione dei detenuti stranieri. Infatti, come racconta il rapporto annuale dell’Osservatorio Antigone, se il numero totale dei carcerati totali è in calo rispetto al passato (53,623 contro i 62,157 del 2013), non sta diminuendo in proporzione quello dei carcerati stranieri, che rappresentano ancora il 32,56% della popolazione carceraria. Inoltre, il 34% di essi sono ancora in attesa di giudizio, mentre gli italiani nella medesima situazione sono solo il 29%. Mancano gli interpreti, che sono appena 379 in tutta Italia, meno di due ogni cento detenuti stranieri, e mancano i mediatori culturali: cosa resa ancor più grave dal fatto che quasi sempre il personale carcerario non è in grado di esprimersi in una lingua diversa dall’italiano.