Potrebbero esserci delle novità sul caso dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone arrestati dalla polizia indiana con l’accusa di aver ucciso dei pescatori. La svolta sarebbe contenuta proprio nelle carte depositate dall’India al Tribunale del Mare di Amburgo. Una delle prove che potrebbero scagionare i due fucilieri di marina sarebbe contenuta nel referto dell’autopsia: i proiettili che hanno ucciso i pescatori e che sono stati estratti dall’anatomopatologo K.S. Sasikala dal corpo di una delle vittime, avrebbero un’ogiva di 31 millimetri, ed una circonferenza di 20 millimetri alla base e di 24 nella parte più larga. Caratteristiche incompatibili con i proiettili calibro 5,56 Nato in dotazione ai marò – adatti per essere utilizzati nei fucili mitragliatori Beretta AR 70/90 e Minimi.

Colpisce anche il fatto che i tre pescatori sopravvissuti alla sparatoria del 15 febbraio 2012 nell’Oceano Indiano abbiano rilasciato delle testimonianze fotocopia. Il comandante del peschereccio Freddy Bosco e il marinaio Kinserian, dichiarano “onestamente e con la massima integrità” che alle 16,30 del 15 febbraio 2012 il natante “finì sotto il fuoco non provocato improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi” – la petroliera italiana in realtà si chiama Enrica Lexie. Entrambi affermano che i “tiri malvagi” dei due marò hanno provocato la “tragica morte dei cari amici e colleghi Valentine, alias Jelastin, e Ajesh Binke“. Descrivono allo stesso modo anche la loro vita dopo l’attacco subito: “Indicibile miseria e una agonia della mente, una perdita di introitila nostra ordalia non è finita“.

Un altro incongruità che emerge dalla carte è il fatto che il Gps del peschereccio indiano che secondo l’accusa sarebbe finito sotto il fuoco italiano sarebbe stato consegnato non all’arrivo in porto dopo l’attacco, ma otto giorni dopo insieme ad un computer in pessime condizioni. C’era quindi tutto il tempo per manomettere i dati registrati nell’apparecchio e poi rilevati dalle autorità indiane.