Non è certo che venga approvato definitivamente, ma almeno adesso non possono più modificarlo. Il decreto legge sui costi della politica ha ora superato l’esame del Senato (foto by Infophoto), ma solo dopo il quarantasettesimo ricorso al voto di fiducia da parte del Governo. Essenzialmente i senatori le hanno provate tutte pur di sabotarlo, e si sono arresi esclusivamente quando la propria poltrona è diventata in pericolo. Ora il provvedimento così modificato torna alla Camera, che però non potrà toccarlo, ma solo respingerlo o approvarlo. Oppure potrebbe lasciarlo decadere: la scadenza è il 9 dicembre.

Il decreto riguarda prevalentemente le regioni. È stato tolto dal testo originario il controllo preventivo della Corte dei conti sulle singole spese, ma resta la possibilità di bloccare spese in atto. Le regioni hanno sei mesi di tempo per tagliare il numero dei consiglieri e i loro stipendi, rapportando i primi alla popolazione e i secondi alla regione più virtuosa; se non lo fanno, lo farà d’ufficio il Governo. L’indennità massima non potrà superare i 13.800 euro mensili lordi per il presidente, e gli 11.000 per i consiglieri. Tagliata l’indennità di fine mandato. Inoltre non si potrà più essere pagati per altri incarichi politici nella stessa amministrazione, quindi finirà la corsa alle commissioni. Non potranno più esserci gruppi consiliari composti da una sola persona.

I vitalizi futuri sono previsti solo a partire dai 66 anni e con almeno dieci in carica. Ma c’è l’inghippo, leggete qui. Almeno l’erogazione del vitalizio viene esclusa verso chi è condannato in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione. Quindi, se Fiorito venisse condannato fino alla Cassazione, non prenderebbe vitalizi.

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