Con il Fidelio di Ludwig van Beethoven, in scena il 7 dicembre 2014 per la regia di Deborah Warner e Daniel Barenboim, si apre la Stagione 2014/2015 del Teatro alla Scala di Milano.

L’opera, di cui quest’anno si festeggia il bicentenario della terza versione, si inserisce nel palinsesto “Milano Cuore d’Europa” promosso dal Comune di Milano: l’intreccio di umanità, affetti e aspirazione alla libertà si configura infatti come nucleo pulsante del patrimonio culturale e civile del nostro continente.

Unica opera lirica composta da Beethoven, il soggetto del Fidelio si basa su un fatto realmente accaduto nella Francia del periodo del Terrore. La storia si svolge nella Siviglia del XVII secolo e narra dell’ingiusto incarceramento di Florestano, giovane patriota, e delle vicende che porteranno Leonora, moglie di Florestano, a salvare il marito. Per riuscirci, si traveste da uomo, prende il nome di Fidelio e si fa assumere come guardia carceraria. Nel frattempo il governatore Pizarro trama per far uccidere segretamente Florestano,  piano di cui Fidelio/Leonora viene a conoscenza grazie all’inaspettata visita al carcere da parte di don Ferdinando -un ministro che incarna valori di libertà e fratellanza universale-. Fidelio/Leonora riesce quindi a far liberare Florestano, mentre Pizarro viene arrestato a causa della sua perfidia e  del suo ingiusto modo di governare.

Scene e costumi sono di Chloe Obolensky, allieva di Lila De Nobili e storica collaboratrice di Peter Brook; le luci di Jan Kalman. Il cast, capitanato da Anja Kampe (Leonore) e Klaus Florian Vogt (Florestan), comprende Falk Struckmann (Don Pizarro), Kwangchoul Youn (Rocco), Peter Mattei (Don Fernando), Mojca Erdmann (Marzelline) e Florian Hoffmann (Jaquino).

Il Fidelio ha conosciuto una gestazione tormentata e tre edizioni principali: quella che andrà in scena alla Scala si rifà in massima parte all’ultima, datata 1814, con i dialoghi di Treitschke, ma con uno sguardo rivolto alle versioni precedenti, sia nella scelta dell’Ouverture, sia nella collocazione dei primi due brani (che segue l’edizione del 1806). Lo sguardo di Daniel Barenboim e Deborah Warner verso la versione del 1806 (che Beethoven volle intitolare “Leonore, o il trionfo dell’amor coniugale“) nasce infatti dalla volontà di approfondire l’aspetto umano e affettivo del dramma.

Fidelio e’ spesso letto esclusivamente come dramma politico – spiega Barenboim – mentre e’ la storia di una donna pronta a tutto per salvare l’uomo che ama“. “La ricerca della verità nel buio di una prigione, la scoperta dell’ingiustizia alla luce del sole e il potere dell’amore di vincere tutto: Fidelio è fatto di questo – aggiunge Deborah Warner – Non credo che al centro ci sia l’idea della libertà, credo che ci sia assolutamente l’idea dell’amore“.

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